13/11/02 – REPUBBLICA – Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane

Link: Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane

13/11/2002

Di Anais Ginori

BENIN CITY – C’ è un pezzo di Nigeria dove le ragazze parlano italiano e sanno dire perfettamente: «Quanto mi dai?». E’ uno spicchio d’ Africa dove alcuni uomini, gli Italos, conosco le strade di Milano e Torino a menadito, come se fosse casa loro. Benvenuti a Benin City, la fabbrica italiana di prostitute all’ Equatore. Corpi da gazzelle, grandi occhi neri, labbra carnose, prezzi modici: 10 euro per un’ ora di sesso. La capitale delle prostitute è all’ estremo sud della Nigeria, in mezzo alla foresta pluviale, nello stesso paese che condanna a morte Safiya e Amina per adulterio e che in questi giorni festeggia l’ arrivo delle reginette di bellezza per il concorso di Miss Mondo. «Want to go abroad?», vuoi andare all’ estero?, è scritto su un grande cartello in mezzo alla piazza del mercato. Raffigura una nigeriana in catene che abborda un’ auto. I manifesti, così come gli spot televisivi, i volantini, tutti finanziati dal governo locale, sono un disperato tentativo di ricordare a famiglie e ragazze che la prostituzione è schiavitù. Ma la domanda diventa retorica. «Sì, le ragazze di Benin vogliono tutte andare all’ estero» risponde Grace Osakue, presidente di un’ associazione femminista. I primi ad accoglierti sono i lebbrosi. Organizzano posti di blocco piazzando sassi sulle strade. Le auto rallentano, loro si appiccicano ai vetri. Elemosinano qualche naira ostentando braccia e gambe divorati dalla malattia. E’ un sud poverissimo, che non ha il petrolio dell’ Est e l’ agricoltura del Nord. Non ha industria e università, non ha dinastie politiche o militari, non ha nulla. Meridione dimenticato dal governo per quarant’ anni, fino all’ elezione del presidente sudista e cristiano Olejun Obasanjo. L’ unica ricchezza di Benin sono le ragazze. «Belle, bellissime» ammette desolata Grace. «Già a 11 anni sono sviluppate, pronte per partire». Nel 1897, al loro arrivo i coloni inglesi scoprirono con orrore i riti voodoo: donne e bambini bruciati di notte, teste appese nelle piazze per il pantheon degli Orisha. Oggi il sacrificio di Benin si consuma altrove, in Italia. «Non provate un po’ di vergogna?» chiede Eki Igbenedion, la moglie del governatore dell’ Edo State. Da cattolica osservante è stupita che il racket di giovani donne prosperi nella terra del Papa. Lo ha scritto anche a Berlusconi. «Caro presidente, 42mila ragazze di Benin sono schiave nel suo paese. Molte non tornano più, tutte vengono maltrattate, sfruttate, infettate. Dal ’99, ne sono state uccise 112». Per tutta risposta, la first lady ha ricevuto i fax dei charter in partenza da Malpensa e Fiumicino che rimpatriano le prostitute clandestine. Produzione e rottamazione. Sì, perché Benin City è una fabbrica. Nessuno scandalo. I giornali locali chiamano la rotta delle schiave pipeline, oleodotto. Ci sono interi quartieri che hanno cambiato aspetto da quando si vende all’ Italia il petrolio di Benin: famiglie con la casa ristrutturata, padri fieri della macchina nuova. I trafficanti, gli Italos, sono considerati manager. «A Benin c’ è l’ offerta, in Italia la domanda» sintetizza Bisi Olateru, un’ altra attivista, in contatto con il sindacato delle prostitute italiane fondato da Carla Corso. Uno dei rari trafficanti arrestati, Chidi Nsoro, fermato alla frontiera del Ghana con tredici ragazze, ha risposto alla polizia: «Questo è il mio business». “Italian Connection” è il titolo di un film che racconta il viaggio di queste ragazze verso l’ Italia. La Nigeria è il primo produttore di film in Africa e sul traffico di prostitute è stata girata una sorta di epopea strappalacrime. Fiction. Qui nessuno piange. Anzi, le famiglie festeggiano quando un Italos entra in casa e porta via una giovane in cambio della promessa di 50mila euro. «Significa 2 anni di lavoro, 10 uomini a notte» quantifica Bisi. Un affare di donne: sono le madri che incoraggiano le ragazze a partire e sono le madame a gestire le schiave in Italia. «Spesso utilizzano anche la magia voodoo» racconta Bisi. «C’ è un tempio a Benin City dove si custodiscono ciocche di capelli e fotografie delle prostitute. Loro temono che, fuggendo, saranno maledette». Donne che si occupano di donne. Hauwa Ibrahim, 35 anni, sposata con un italiano, è l’ avvocato che difende Amina. Si occupa di Islam e sharia negli stati del Nord ma ha lavorato con il governo di Abuja su una legge contro il traffico di esseri umani. «Diciamo la verità: la prostituzione fa parte della cultura locale. Molti credono che l’ unico “traffico” illegale sia quello della droga». Hauwa riceve dall’ Italia centinaia di email e telefonate per salvare Amina. «Le ragazze di Benin invece sono dimenticate. Nessuno ne parla. E’ triste ma è così». Suor Blandina ha 56 anni ed è molto meno rassegnata. Irlandese, venuta in missione in Nigeria nei primi anni Ottanta, insieme a suor Florenza accoglie le prostitute che tornano dall’ Italia. Da quando il Viminale ha approvato il piano “Vie Libere” i charter atterranno a Lagos almeno due volte al mese. Le prostitute sbarcano senza documenti, mezze nude, sotto shock. Ragazze come Joy, Cinzia, Tina che ti salutano in italiano con diffidenza: «Ciao, che ci fai qui?». Raccontano tutte lo stesso viaggio: macchina da Benin fino a Lagos, aereo fino a Parigi per le più fortunate o automobile fino al Marocco e poi treno per Torino, Milano, Firenze, Roma. Nessuna di loro ha un buon ricordo dell’ Italia, alcune vorrebbero tornarci come cameriera o commessa. «Possono stare da noi soltanto le ragazze che sono convinte di non voler mai più fare la prostituta» spiega la religiosa. Le altre, appena possono, cercano di ricontattare un Italos e di ripartire. La casa-famiglia di Benin City è finanziata in parte dal governo italiano. Suor Blandina lo considera «un piccolo risarcimento per queste ragazze che i ricchi utilizzano e poi buttano via».

Lascia un commento