18/12/14 – TVIO.it – “NO ALLA SCHIAVITU’ DEL SESSO” – SCOPERTA STAMATTINA UNA TARGA IN MEMORIA DI MAMMA BOSE E DI TUTTE LE VITTIME DELLE TRATTE

TARGA COMMEMORATIVA

“NO ALLA SCHIAVITU’ DEL SESSO” – SCOPERTA STAMATTINA UNA TARGA IN MEMORIA DI MAMMA BOSE E DI TUTTE LE VITTIME DELLE TRATTE

18/12/2014

Si è svolta stamattina presso il Lungomare Dante Alighieri, la manifestazione organizzata dal Comune di Erice in collaborazione con il coordinamento Anti-Tratta Favour e Loveth di Palermo, in memoria di Mamma Bose e di tutte le vittime delle tratte.

Alla manifestazione sono intervenute diverse autorità tra cui il Prefetto di Trapani Leopoldo Falco ed il Vescovo di Trapani Pietro Fragnelli. A fare gli onori di casa il Sindaco di Erice Giacomo Tranchida che insieme agli studenti delle scuole di Erice ed ai familiari di Uwadia Bose ha scoperto una targa in ricordo di “Mamma Bose e tutte le vittime della tratta”.

Come si ricorderà la mattina del 24 dicembre dello scorso anno, una donna venne rinvenuta cadavere nei pressi del cimitero di Custonaci dai titolari della piccola attività commerciale. Si trattava di Uwadia Bose, trentottenne cittadina nigeriana, che viveva stabilmente a Palermo con il compagno e madre di due gemelli di 4 anni. Mamma Bose di giorno svolgeva l’attività di parrucchiera, mentre, da alcuni mesi, la sera raggiungeva Trapani con i mezzi pubblici dove si prostituiva, fino all’alba per pagare il suo “debito”, una cifra da 40.000 ad 80.000 €, che costituiva il riscatto dalla schiavitù del sesso.

L’amministrazione comunale di Erice ha scelto un luogo simbolico per collocare una targa commemorativa e per gridare il proprio “no alla schiavitù del sesso”, frase riportata dagli studenti della Scuola Media ericina “Antonino De Stefano” nello striscione realizzato per l’occasione. Momenti di commozione quando alcuni studenti della stessa scuola, hanno letto alcune letterine scritte dagli stessi studenti per i figli di Mamma Bose, poi simbolicamente consegnate ai fratelli della donna scomparsa presenti alla manifestazione. Altro momento significativo la recitazione da parte degli studenti di una classe dell’Istituto Alberghiero Ignazio e Vincenzo Florio” di Erice dell’INNO ALLA VITA di Madre Teresa di Calcutta. Dopo la scopertura della targa, 50 palloncini bianchi e azzurri, come simbolo di speranza, sono stati liberati verso il cielo.

Il Sindaco Tranchida ha infine annunciato che nelle prossime settimane saranno attivate ulteriori iniziative con l’avviamento di percorsi di riflessione e confronto con gli studenti sulla tutela dei diritti fondamentali delle giovani donne straniere vittime di tratta per lo sfruttamento sessuale e di sensibilizzazione sui diritti violati delle donne e minori sottoposti a condizione di sfruttamento.

14/02/14 – REDATTORE SOCIALE.it – Palermo dà l’addio a Bose, giovane nigeriana vittima della tratta

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14/02/14

Il corpo della donna era stato trovato a Custonaci (Tp) la vigilia di Natale. Don Enzo Volpe del centro Santa Chiara, insieme ai comuni di Trapani e Palermo, è riuscito dopo due mesi a dare sepoltura alla giovane: “Quello di oggi vuole essere un saluto di speranza contro ogni forma di violenza”

PALERMO – Con grande compostezza e cantando le musiche del loro paese, oltre 50 nigeriani, uomini e donne, hanno percorso il lungo viale del cimitero dei Rotoli di Palermo che costeggia la montagna, per dare l’ultimo saluto a Bose Uwada di 39 anni, la giovane nigeriana che viveva a Palermo, vittima della tratta, trovata morta alle porte del cimitero di Custonaci, in provincia di Trapani, la vigilia dello scorso Natale. Questa mattina erano stati fissati i funerali nella chiesa di Santa Chiara ma, per alcuni ritardi addebitabili ad alcuni imprevisti avvenuti a Trapani, dove si trovava il corpo della donna, non si sono potuti svolgere.

Don Enzo Volpe del centro Santa Chiara, in collaborazione con i comuni di Trapani e Palermo si è preoccupato di portare avanti tutte le pratiche per riuscire oggi a dare finalmente una sepoltura alla donna. La bara è stata coperta da un telo africano donato da don Enzo Volpe. La salma una volta giunta a Palermo è riuscita a raggiungere il cimitero dei Rotoli dove verrà definitivamente tumulata lunedì prossimo. La comunità nigeriana, insieme al pastore valdese Vivien Wiwoloku e don Enzo Volpe hanno voluto lo stesso celebrare un momento di preghiera e di raccoglimento.

Bose aveva provato ad avere una vita nuova. Si faceva chiamare Jennifer nella zona del Policlinico di Palermo dove viveva. Le volevano bene tutti, le sue bambine gemelle erano seguite dal centro Santa Chiara. Nessuno sapeva della doppia vita. Per tutti era una casalinga con l’hobby della parrucchiera. Ma, inseguito alla sua morte, si è scoperto poi che, di sera prendeva il pullman e andava a Trapani, dove veniva costretta a vendere il suo corpo. All’alba tornava a casa dai suoi bambini e riprendeva una vita regolare.

“Tutto questo deve finire – dice commosso il pastore Vivine Wowuloku presidente dell’associazione il Pellegrino della Terra -. Perché ancora si deve perdere la vita in questo modo? Auguro a Bose di potere ritrovare adesso la pace che non è riuscita ad avere nella sua vita”. “Ringrazio tutte le forze che hanno reso possibile questo momento di saluto – aggiunge il pastore -. In particolare il mio pensiero va al Coordinamento antitratta e al comune di Palermo e Trapani. Questo deve essere un momento di riflessione soprattutto per tutte le ragazze che non hanno ancora lasciato la strada. Insieme dobbiamo aiutarle a scegliere un percorso diverso, riprendendo il coraggio di uscire dal tunnel senza essere ingannate dalle protettrici. Si stanno studiando anche le possibilità di creare delle forme di lavoro direttamente in Nigeria, cercando di sostenere quelle ragazze che attraverso un percorso di uscita e di formazione in Italia, vogliono cambiare vita”.

“Accogliamo Bose, restituendole la giusta dignità – dice don Enzo Volpe, direttore di Santa Chiara -. E’ possibile camminare insieme verso una mondo senza più violenza e dobbiamo spenderci per questo. Tocca a noi riprendere in mano la nostra vita cercando di viverla in pienezza. Quello di oggi vuole essere un saluto di speranza contro ogni forma di violenza che si annida nella nostra società”. “Oggi salutiamo Bose, una donna grintosa e combattiva – si legge pure in una nota affissa nel muro dell’ingresso del centro Santa Chiara – . Una donna che non si arrendeva mai a niente. Una donna che ha sfidato tutte le sfide in cui si è imbattuta. Aveva provato a rialzarsi ma non ci è riuscita. Le aveva provate tutte. Determinata in tutto anche quando ha portato avanti la sua gravidanza gemellare crescendo le figlie senza mai arrendersi”.

Sono almeno cinquecento le giovani nigeriane cadute nel giro della tratta a Palermo, alcune minorenni e altre che non superano in media i 25 anni. (set)

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06/02/12 – LIVESICILIA – La nigeriana trovata morta La rabbia della comunità: “C’è paura”

La nigeriana trovata morta La rabbia della comunità: “C’è paura”

06/02/12

di Irma Annaloro e Martina Miliani

Gridano: “Assassini”. Urlano: “Non è giusto, siamo donne e uomini come voi italiani, non siamo animali”. Chiedono giustizia. Vogliono risposte concrete ad un grande interrogativo. Cosa è successo quella notte tra sabato sera e domenica mattina alla ragazza nigeriana, Loveth Eward, trovata morta in via Filippo Juvara? Amici, conoscenti o semplicemente ragazze provenienti dalla Nigeria, che come lei hanno lasciato il loro paese alla ricerca di un pò di fortuna.

Una ragazza di ventidue anni, da poco più di un anno a Palermo, non aveva ancora dimestichezza con la lingua italiana. Una donna la riconosce dalla foto, sul luogo in cui è stata ritrovata domenica mattina: “E’ la ragazza che lavorava in una parruccheria, faceva le treccine”. Abitava in una casa in corso Vittorio Emanuele. Quei soldi che guadagnava le servivano per pagare l’affitto, mangiare e per aiutare la sua famiglia in Nigeria. Semplice, solare, buona e gentile con tutti. Così la descrive una ragazza nigeriana, una sua amica che nel momento dell’ultimo saluto alla ragazza scomparsa, scoppia in lacrime.

“Quello che mi fa più male è sapere che la persona che ha commesso quel gesto è in libertà mentre Loveth non ce la riporterà nessuno indietro – ci dice – Qui la conoscevamo tutti. Siamo tutte ragazze africane, sole e senza la famiglia. Quando arriviamo in un paese a noi sconosciuto, cerchiamo di conoscerci tutti per sentirci meno soli e per formare una grande famiglia. Ho visto Loveth sabato sera, ci siamo fermate a chiaccherare. Lei era serena, tranquilla come sempre. D’altronde non aveva mai avuto problemi con nessuno. Ma quel sabato non è più tornata a casa. Quella signora lì- indica una donna con lo sguardo fisso sulla foto di Loveth tra i fiori di chi le ha voluto portare un saluto per l’ultima volta – è la sua coinquilina, ma non vuole parlare con nessuno perchè “Loveth ormai non c’è più e non ha più senso dire qualcosa su di lei”.

La donna entra nella camera mortuaria. All’uscita racconta che Loveth non ha riportato nessun segno sul corpo. “Secondo me è stata strangolata, ma certamente non è morta di overdose”. Anche l’autopsia ha escluso la presenza di segni di violenza.

Adesso le donne che oggi pomeriggio hanno bloccato via Filippo Juvara, buttando per terra i cassonetti e interrompendo il regolare traffico, hanno paura. Si tratta della terza donna trovata morta in poco meno di un anno. Fino a due mesi fa il corpo di una ragazza rinvenuto a Misilmeri. Tra qualche giorno ricorre anche un anno dalla morte di un’altra ragazza uccisa senza un perchè.

5/09/2015 – Palermo, la rivolta delle ex prostitute: “Via dalla strada, ma il Comune ci aiuti”

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5/09/2015

Hanno deciso di costituire un gruppo che dia voce alla terribile tragedia vissuta da molte donne. Sono le ragazze di Benin City, il piccolo Stato della Nigeria, ex prostitute di Palermo, vittime della tratta, arrivate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. L’idea è quella di creare una rete sociale di sostegno che aiuti le ragazze, molte delle quali minorenni, a uscire da quella che è stata definita la schiavitù del XXI secolo. Da sole, però, non possono farcela. Hanno bisogno dell’aiuto delle istituzioni e per questo hanno incontrato l’assessore al Comune di Palermo, Agnese Ciulla che ha garantito loro la disponibilità nell’avviare un programma di sostegno economico e di inserimento sociale. Fatima e Vero hanno raccontato le loro storie segnate da una profonda sofferenza, ma non si sono arrese e oggi sono mamme e mogli felici, consapevoli che qualcosa si può e si deve fare per chi ha vissuto e continua a vivere sul ciglio di un marciapiede (di Paola Pottino e Giada Lo Porto)

4/11/14 – MERIDIONEWS – Business della prostituzione «A Palermo oltre 500 schiave»

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FOTO DI KYLLER COSTA GORGÔNIO

Link:Business della prostituzione «A Palermo oltre 500 schiave»

4 Novembre 2014

Di Maurizio Zoppi

 

Un fiume di denaro passa per le strade di Palermo. Un fiume in piena che attraversa la Favorita, le strade del Porto, il Foro Italico, sino ad arrivare in via Messina Marine. Mentre sull’isola i negozi falliscono investiti dalla implacabile crisi economica, mentre le fabbriche licenziano e chiudono i battenti, la fabbrica del sesso prospera e va a gonfie vele. In Sicilia, il suo fatturato annuale è da capogiro: 30 milioni di euro. Quasi 83mila euro al giorno. A Palermo la criminalità organizzata gestisce più dieci milioni di euro con una presenza di oltre 500 ragazze. Sono per lo più nigeriane e sono la forza lavoro delle nuove mafie che si sono radicate da quasi dieci anni nel nostro territorio, dopo avere occupato le strade delle grandi città del nord Italia e di mezza Europa. La tratta delle donne nigeriane presenta una filiera complessa: si comincia con il reclutamento, si prosegue con il finanziamento e l’organizzazione del viaggio, per finire con l’esercizio della prostituzione in forma coatta, di vera e propria schiavitù, sui marciapiedi delle città italiane.

L’investimento economico viene fatto dagli uomini, mentre la gestione delle ragazze è prettamente femminile. L’organizzazione imprenditoriale viene gestita da ex prostitute chiamate maman. Le nigeriane arrivano quasi tutte da Benin City, attraverso le carrette del mare o con documenti falsi in aereo, accompagnate dai loro padroni a cui devono pagare il prezzo della loro libertà. Spesso, come risulta dal rapporto dell’Unicri e dal ministero degli Esteri, alla Favorita, tra le nuove schiave reclutate ci sono diverse minorenni, ritenute più docili e più manovrabili dalle loro mamam. Lavorano giorno e notte nei viali che collegano Mondello con il centro città, o sul lungomare del Foro Italico, vendendo il loro corpo tutti i giorni dell’anno per pagare il loro debito e riscattarsi dalla schiavitù. Ci vogliono due o tre anni per pagare dai 30mila ai 100mila euro, talvolta anche di più.

Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non prendono un euro

Nel capoluogo siciliano per anni il fenomeno delle prostitute non è mai stato di particolare interesse. Bisognava leggere sui giornali la morte di due giovani prostitute nigeriane per far destare l’attenzione sul problema. La prima è Lowet Eward, morta nel dicembre del 2011 per mano di un cliente. Il corpo è stato ritrovato carbonizzato a Misilmeri, in provincia di Palermo. La seconda, Favour Nike Adekunle, è stata uccisa nel febbraio del 2012. Adekunle, 22 anni, stava per sposarsi; non stava più in strada. È stata trovata morta e seminuda, abbandonata tra i cassonetti dell’immondizia della città. Gli investigatori escludono che ci siano rapporti tra i nigeriani che sfruttano le donne e la mafia locale, che si limiterebbe a tollerare la loro presenza.

«Attualmente il panorama delle organizzazioni criminali che gestiscono l’industria del sesso a Palermo è variegato. Le più grosse sono certamente quelle dei nigeriani e dei romeni ma poi ci sono anche le organizzazioni cinesi, e del resto dell’Africa come tunisini, marocchini, etiopi, somali. Ma non mancano anche i trans sudamericani». Così spiega la questione Nino Rocca del coordinamento anti-tratta Favour e Loveth. Costituito da oltre 20 associazioni non solo non vuole dimenticare le due ragazze schiavizzate e morte sulla strada, ma intende lottare per liberare dalla schiavitù tutte le donne che subiscono la tratta, non solo nigeriana. Tra i gruppi più longevi che formano il coordinamento c’è anche l’associazione Pellegrino della terra che da 15 anni lotta per recuperare le ragazze dalla strada e offrire loro un’alternativa di vita.

Per lo più le ex prostitute sono restie a raccontare del loro passato. In qualche caso perché i loro attuali compagni sono ex clienti oppure perché hanno avviato una collaborazione con la procura. «Le ragazze sono delle operaie a costo zero sino a quando non hanno pagato il loro debito. Spesso la loro fortuna sono i clienti che riescono ad allontanarle dalla strada, dopo essersi innamorati – continua Rocca – Altre volte le donne cercano di cambiare vita ma dopo pochi mesi, a causa della mancanza di denaro, tornano a prostituirsi». Il costo medio di un rapporto è di circa 20 euro. «Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non

un rapporto è di circa 20 euro. «Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non

prendono un euro».

«Rispetto a questa terribile realtà di nuove schiavitù e organizzazioni criminali che sotto gli occhi di tutti ci esibiscono senza alcuna remora la merce importata dall’Africa o dai paesi dell’Est, cosa fanno le autorità, la magistratura, gli organi di governo della città?», chiede l’attivista del coordinamento anti-tratta. «Questa è la domanda che ci dobbiamo porre per rispondere a un problema che non è soltanto un’offesa al pubblico decoro – conclude – ma un’offesa ai più elementari diritti umani violati con sfrontatezza e spregiudicatezza dalla criminalità organizzata».

30/08/12 – DIPALERMO.IT – A PROPOSITO DELLE NIGERIANE CHE SI SVENDONO ALLA FAVORITA

30/08/12

Il caldo di questi giorni gioca brutti scherzi, alle volte. Capita, per esempio, che all’ultimo minuto uno decida di andare a Mondello, fare un bagno e tornare. Per farlo, quasi sempre si passa dalla Favorita. Cicale, caldo asfissiante, decine di auto-moto-bici che percorrono questo piccolo cordone ombelicale che lega Palermo al mare. Nelle ore più calde, il sole è così forte che sembra che i viali, per quanto alberati, siano bagnati di luce, che non ci sia spazio per nessun altro colore che non sia il giallo.

In questa visione allucinata sono poche le cose che continuano ad avere una propria autonomia cromatica, conservando il loro aspetto: lo scorcio di un sentiero appena dopo il viale principale, un albero che brilla ostinatamente del suo verde, e poi loro. Qualcuna sembra proprio una ninfa, in quel piccolo angolo di vegetazione in cui scorrono frettolose le auto; si nasconde tra i cespugli, la pelle bruna, i capelli lunghi e un fiore di plastica in testa. La maggior parte sono invece stanche, rassegnate, sovrappeso, abbrutite dal caldo. Anziane, con la ricrescita bianca sui capelli e un décolleté di cui nemmeno loro sembrano trovare il senso.

Qualche tempo fa, un tizio incontrato non so in quale circostanza, asseriva convinto che tante donne scelgono di fare il mestiere più antico del mondo. Si spingeva a dire che in particolare le nigeriane vogliono farlo. Ho evitato di chiedere (non ne sarebbe valsa la pena) perché proprio le nigeriane avessero, secondo lui, questa propensione a farsi toccare e penetrare dal primo che capita, magari picchiare, magari avere rapporti non protetti perché meglio pagati, per poi consegnare quasi tutto al magnaccia di turno. Mi sfugge: devono essere davvero masochiste, le donne nigeriane, per esporsi a tutti questi pericoli.
Il volto di questo fanatico l’ho dimenticato presto. Ma ricordo bene che, in quel momento, per me aveva la faccia di chi sceglie, picchia, usa, paga per i servizi supplementari, e si tira fuori da ogni responsabilità, perché tanto lo vogliono loro. Soprattutto, chissà perché, le nigeriane.

 

13/11/02 – REPUBBLICA – Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane

Link: Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane

13/11/2002

Di Anais Ginori

BENIN CITY – C’ è un pezzo di Nigeria dove le ragazze parlano italiano e sanno dire perfettamente: «Quanto mi dai?». E’ uno spicchio d’ Africa dove alcuni uomini, gli Italos, conosco le strade di Milano e Torino a menadito, come se fosse casa loro. Benvenuti a Benin City, la fabbrica italiana di prostitute all’ Equatore. Corpi da gazzelle, grandi occhi neri, labbra carnose, prezzi modici: 10 euro per un’ ora di sesso. La capitale delle prostitute è all’ estremo sud della Nigeria, in mezzo alla foresta pluviale, nello stesso paese che condanna a morte Safiya e Amina per adulterio e che in questi giorni festeggia l’ arrivo delle reginette di bellezza per il concorso di Miss Mondo. «Want to go abroad?», vuoi andare all’ estero?, è scritto su un grande cartello in mezzo alla piazza del mercato. Raffigura una nigeriana in catene che abborda un’ auto. I manifesti, così come gli spot televisivi, i volantini, tutti finanziati dal governo locale, sono un disperato tentativo di ricordare a famiglie e ragazze che la prostituzione è schiavitù. Ma la domanda diventa retorica. «Sì, le ragazze di Benin vogliono tutte andare all’ estero» risponde Grace Osakue, presidente di un’ associazione femminista. I primi ad accoglierti sono i lebbrosi. Organizzano posti di blocco piazzando sassi sulle strade. Le auto rallentano, loro si appiccicano ai vetri. Elemosinano qualche naira ostentando braccia e gambe divorati dalla malattia. E’ un sud poverissimo, che non ha il petrolio dell’ Est e l’ agricoltura del Nord. Non ha industria e università, non ha dinastie politiche o militari, non ha nulla. Meridione dimenticato dal governo per quarant’ anni, fino all’ elezione del presidente sudista e cristiano Olejun Obasanjo. L’ unica ricchezza di Benin sono le ragazze. «Belle, bellissime» ammette desolata Grace. «Già a 11 anni sono sviluppate, pronte per partire». Nel 1897, al loro arrivo i coloni inglesi scoprirono con orrore i riti voodoo: donne e bambini bruciati di notte, teste appese nelle piazze per il pantheon degli Orisha. Oggi il sacrificio di Benin si consuma altrove, in Italia. «Non provate un po’ di vergogna?» chiede Eki Igbenedion, la moglie del governatore dell’ Edo State. Da cattolica osservante è stupita che il racket di giovani donne prosperi nella terra del Papa. Lo ha scritto anche a Berlusconi. «Caro presidente, 42mila ragazze di Benin sono schiave nel suo paese. Molte non tornano più, tutte vengono maltrattate, sfruttate, infettate. Dal ’99, ne sono state uccise 112». Per tutta risposta, la first lady ha ricevuto i fax dei charter in partenza da Malpensa e Fiumicino che rimpatriano le prostitute clandestine. Produzione e rottamazione. Sì, perché Benin City è una fabbrica. Nessuno scandalo. I giornali locali chiamano la rotta delle schiave pipeline, oleodotto. Ci sono interi quartieri che hanno cambiato aspetto da quando si vende all’ Italia il petrolio di Benin: famiglie con la casa ristrutturata, padri fieri della macchina nuova. I trafficanti, gli Italos, sono considerati manager. «A Benin c’ è l’ offerta, in Italia la domanda» sintetizza Bisi Olateru, un’ altra attivista, in contatto con il sindacato delle prostitute italiane fondato da Carla Corso. Uno dei rari trafficanti arrestati, Chidi Nsoro, fermato alla frontiera del Ghana con tredici ragazze, ha risposto alla polizia: «Questo è il mio business». “Italian Connection” è il titolo di un film che racconta il viaggio di queste ragazze verso l’ Italia. La Nigeria è il primo produttore di film in Africa e sul traffico di prostitute è stata girata una sorta di epopea strappalacrime. Fiction. Qui nessuno piange. Anzi, le famiglie festeggiano quando un Italos entra in casa e porta via una giovane in cambio della promessa di 50mila euro. «Significa 2 anni di lavoro, 10 uomini a notte» quantifica Bisi. Un affare di donne: sono le madri che incoraggiano le ragazze a partire e sono le madame a gestire le schiave in Italia. «Spesso utilizzano anche la magia voodoo» racconta Bisi. «C’ è un tempio a Benin City dove si custodiscono ciocche di capelli e fotografie delle prostitute. Loro temono che, fuggendo, saranno maledette». Donne che si occupano di donne. Hauwa Ibrahim, 35 anni, sposata con un italiano, è l’ avvocato che difende Amina. Si occupa di Islam e sharia negli stati del Nord ma ha lavorato con il governo di Abuja su una legge contro il traffico di esseri umani. «Diciamo la verità: la prostituzione fa parte della cultura locale. Molti credono che l’ unico “traffico” illegale sia quello della droga». Hauwa riceve dall’ Italia centinaia di email e telefonate per salvare Amina. «Le ragazze di Benin invece sono dimenticate. Nessuno ne parla. E’ triste ma è così». Suor Blandina ha 56 anni ed è molto meno rassegnata. Irlandese, venuta in missione in Nigeria nei primi anni Ottanta, insieme a suor Florenza accoglie le prostitute che tornano dall’ Italia. Da quando il Viminale ha approvato il piano “Vie Libere” i charter atterranno a Lagos almeno due volte al mese. Le prostitute sbarcano senza documenti, mezze nude, sotto shock. Ragazze come Joy, Cinzia, Tina che ti salutano in italiano con diffidenza: «Ciao, che ci fai qui?». Raccontano tutte lo stesso viaggio: macchina da Benin fino a Lagos, aereo fino a Parigi per le più fortunate o automobile fino al Marocco e poi treno per Torino, Milano, Firenze, Roma. Nessuna di loro ha un buon ricordo dell’ Italia, alcune vorrebbero tornarci come cameriera o commessa. «Possono stare da noi soltanto le ragazze che sono convinte di non voler mai più fare la prostituta» spiega la religiosa. Le altre, appena possono, cercano di ricontattare un Italos e di ripartire. La casa-famiglia di Benin City è finanziata in parte dal governo italiano. Suor Blandina lo considera «un piccolo risarcimento per queste ragazze che i ricchi utilizzano e poi buttano via».

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MERIDIONEWS – Tratta, sit-in per la nigeriana che si è ribellata: «Sono stanca, non voglio più fare questa vita»

Tratta, sit-in per la nigeriana che si è ribellata «Sono stanca, non voglio più fare questa vita»

CRONACA – Solidarietà per la 25enne che lunedì si è lanciata dal secondo piano del suo appartamento, all’Albergheria, per sfuggire alle violenze del compagno che ha minacciato di sfregiarla con una bottiglia di vetro perché lei non voleva più prostituirsi. Adesso è ricoverata al Civico, dov’è stata operata a un piede

«Sono stanca, non voglio più fare questa vita. Voglio dire di no e andare fino in fondo». È un rifiuto netto quello della 25enne che lunedì si è lanciata dal balcone di casa, all’Albergheria, per sfuggire alle violenze del compagno. Lui è Charles Omo, nigeriano come lei, che resta in attesa che il gip si pronunci sulla convalida del fermo. Le accuse sono pesantissime: sfruttamento della prostituzione, sequestro di persona, lesioni personali, minacce e lesioni. Lei, invece, rimane ricoverata al Civico, dove è già stata sottoposta a un intervento al piede. Pare che le ripetute percosse ricevute dall’uomo le abbiano procurato delle menomazione difficilmente guaribili. A raccogliere il suo sfogo oggi è stata Osas Egbon, presidente dell’associazione antitratta Donne di Benin City, che ha potuto incontrare la ragazza nel reparto di Ortopedia in cui si trova ricoverata, mentre all’ingresso della struttura, in segno di solidarietà, si sono riunite molte connazionali, membri dell’associazione, attivisti e cittadini.

«Abbiamo parlato per circa venti minuti – dice Osas – si è sfogata molto e ha raccontato la sua storia, quello che ha subito. Dall’arrivo a Palermo fino al gesto estremo». A spingerla sarebbero state le ripetute violenze del compagno, che oltre a piacchiarla brutalmente non solo al riparo delle mura domestiche ma anche in mezzo alla piazza di Ballarò, la costringeva con la forza a prostituirsi. Minacciata da una bottiglia di vetro, che le ha causato sfregi nel corpo e alle mani, la 25enne ha deciso di lanciarsi dal balcone per sfuggire all’ennesima aggressione. «Viveva in un appartamento al secondo piano, dal quale si è buttata finendo nel balcone dell’inquilina di sotto – spiega Osas -, per poi lanciarsi di nuovo e finire in strada». Un gesto, il suo, che lascia intuire lo stato di disperazione e impotenza in cui versava la giovane donna, adesso raggiunta anche dal figlio e dal marito che aveva lasciato in Africa e che ora si trovano in una comunità. «Adesso ha finalmente preso contatto con le donne dell’associazione, sa che non è più sola e che c’è una realtà sulla quale può contare», spiega anche l’attivista Nino Rocca, presente al sit-in solidale di questa mattina.

«Lei andrà fino in fondo e se la vicenda avrà una continuazione nell’aula di un tribunale, l’associazione chiederà di costituirsi parte civile – continua Rocca – La sua è una storia simbolica, va raccontata, soprattutto alle numerose connazionali che vivono situazioni tristemente simili». A sostenere la giovane ricoverata al Civico anche Bijou Nzirirane, la responsabile dell’ufficio immigrazione della Cgil: «La comunità nigeriana deve ribellarsi e avere il coraggio di essere pubblicamente vicina alla ragazza che ha subito questa violenza», commenta subito, e aggiunge: «Le donne devono imparare a denunciare subito la violenza che subiscono, in tutte le sue forme. Non bisogna aspettare di essere picchiate o trasformate in schiave di organizzazioni criminali. Bisogna vincere la paura al primo campanello d’allarme. Riprendiamoci la libertà di vestirci come vogliamo, di lasciare un compagno senza essere uccise, di avere un figlio senza essere licenziate – conclude – Riprendiamoci la libertà per costruire il nostro futuro».

17/08/17 REPUBBLICA – Nasce al Montevergini lo sportello anti tratta per le donne nigeriane

Link: Nasce al Montevergini lo sportello anti tratta per le donne nigeriane

17/08/2017

di CLAUDIA BRUNETTO

Nike è arrivata a Lampedusa credendo che ci sarebbero stati i suoi zii ad accoglierla. Invece ancora minorenne è finita in una comunità prima che la sua “maman” la ritrovasse e la mettesse nel giro della tratta. Anche Ruth ha fatto la stessa fine. A diciassette anni è fuggita dalla comunità che la ospitava dopo il suo arrivo a Palermo ed è finita a Rimini nel business del sesso a pagamento.

Sono tante le ragazze nigeriane, tantissime minorenni, che finiscono nel giro della tratta. Per loro è nato uno sportello di ascolto al teatro Montevergini, gestito da altre donne nigeriane che invece ce l’hanno fatta a uscire dal giro. Sono le dieci nigeriane dell’associazione “Donne di Benin City” che hanno deciso di mettersi in campo per cambiare le cose.

«Di noi si fidano – dicono le donne dell’associazione – riescono a raccontarci davvero il dramma che vivono perché veniamo dallo stesso mondo, dalla stessa cultura. Parliamo la stessa lingua. Se riuscissimo a lavorare anche noi nelle comunità che ospitano le ragazze nigeriane riusciremmo a salvarne tante».

Il giro è sempre lo stesso. Le ragazze vengono vendute alla maman, la loro sfruttatrice, ancora prima del loro arrivo in Sicilia. Sono vincolate a lei da un rito voodoo che non le permette di ribellarsi fino al pagamento di una certa cifra che rappresenta il riscatto per tornare libere. Lo sportello del teatro Montevergini è aperto il mercoledì mattina e sono già tante le ragazze che si sono rivolte all’associazione per chiedere aiuto.

«È un giro di affari enorme – dice Nino Rocca del comitato anti tratta – basta guardare i numeri degli arrivi delle ragazze. Dal 2013 a oggi si è moltiplicato. Allora arrivavano in 500 circa, nel 2016 in Sicilia sono approdate undicimila ragazze nigeriane. Bisogna interrompere questo giro, una strada è proprio quella di coinvolgere le donne ex vittime della tratta che conoscono bene questo dramma. Questa è certamente una carta vincente».

Un altro dato preoccupante è il numero della ragazze nigeriane che fuggono dalle comunità. Vengono raggiunte al telefono dalla maman che riesce a strappare loro un appuntamento e a mandare qualcuno a prenderle e, di fatto, rapirle. Così spariscono da un giorno all’altro dalle comunità.

Ecco perché si sta cercando di intensificare l’attività dello sportello anti tratta aprendo più volte alla settimana e cercando di far veicolare con ogni mezzo l’informazione il più possibile. «In questo ultimo periodo siamo riuscite a salvarne tante – dicono le donne dell’associazione – L’ultima aveva raggiunto Rimini per andare dalla maman e noi invece le abbiamo pagato il biglietto del pullman per tornare qui e denunciare tutto quello che stava accadendo. Ma ci vogliono valide alternative perché le ragazze si fidino. Prima di tutto un lavoro è una casa».