23/01/18 – GIORNALE DI SICILIA – Vigili in borghese dalla Favorita al Foro Italico: a Palermo piano anti-prostituzione

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23/01/2018

PALERMO. Vigili in borghese e auto civetta per stanare il fenomeno della prostituzione su strada. Il Comune avvia un piano di controllo per le strada della città, nelle zone più battute dal business del sesso a pagamento. Come rivela una nota di Sabrina Figuccia, consigliere comunale dell’Udc, pare che sia stato il prefetto Antonella De Miro a spingere il sindaco a pubblicare l’ordinanza che prevede il potenziamento dei controlli da parte della polizia municipale.

Il capo della polizia municipale, Gabriele Marchese – che parla di un’attività di monitoraggio – ha disposto più controlli, con agenti in borghesi e auto civette, lungo la Favorita, il Foro Italico, la Cala, piazza Tredici Vittime, via Lincoln, via Garibaldi e via Roma. Un piano previsto per 15 giorni, partito ieri (22 gennaio) e che proseguirà dunque fino al 4 febbraio.

“Diceva qualcuno che a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina, e così, nei corridoi dei palazzi comunali, si sussurra che nel corso di una tempestosa riunione in Prefettura Orlando sia stato duramente redarguito dal prefetto, e da qui sia nata l’ordinanza trasmessa al neo comandante dei vigili urbani Gabriele Marchese – dice Sabrina Figuccia in un comunicato -. E’ da tempo – prosegue la nota – che tutti sanno quello che avviene sotto i nostri occhi, ma nessuno finora ha potuto, o voluto, fare qualcosa di concreto. Contrastare la prostituzione – conclude Figuccia – significa soprattutto liberare le tantissime vittime, creare delle regole certe, come avviene in molti altri paesi civili, facendo in modo di eliminare un sistema di criminalità, che prospera da sempre alla luce del sole”.

11/01/18 – ADIF.org – Quali interessi sul Niger? Una intervista a Giacomo Zandonini

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Link: Quali interessi sul Niger? Una intervista a Giacomo Zandonini

11/01/2018

Di Stefano Galieni

Quando si parla con il giornalista free lance e attivista Giacomo Zandonini del Niger, gli si illuminano gli occhi. È andato in quel paese africano a più riprese per oltre 3 mesi, lo ha girato non con lo sguardo dell’inviato ma con la curiosità e la genuinità del viaggiatore, di chi usa i taxi collettivi e cerca di entrare nei ritmi di vita delle persone: «Sai mi è capitato che il tassista di turno mi chiedesse a quale tribù appartenevo, come a dire che se sei lì, su quel veicolo, non sei uno straniero». Oggi il Niger sembra essere finito al centro degli interessi italiani ed europei e i rapporti con il governo sono estremamente intensi e continui. Il Niger è uno dei paesi da cui i migranti transitano per raggiungere la Libia e poi tentare il passaggio in Europa ma, come ci racconta anche Zandonini, non è questa la sola ragione che motiva gli impegni UE

«A mio avviso si utilizza la “questione migranti” per interessi geopolitici molto più ampi. Il Niger è diventato un paese importante, una base logistica e un paese sicuro per garantire gli interessi occidentali. L’Italia, alla fine del febbraio scorso ha aperto una propria ambasciata provvisoria a Niamey (la capitale Ndr) ma l’ambasciatore era già stato nominato nel dicembre 2016. Ora l’ambasciata è stata trasferita in altri locali e inaugurata alla presenza del ministro degli esteri Angelino Alfano ma, a quanto mi risulta il personale è ancora limitato. Non ci sono ancora funzionari addetti a occuparsi delle relazioni economiche e non c’è un ufficio consolare. Ma insieme a questo aspetto di forte visibilità si è mosso anche altro. Un percorso iniziato già nel 2010 col ministro dell’interno Roberto Maroni e con i primi interventi dell’Oim che si è accelerato negli ultimi due anni. L’Italia è il principale donatore del fondo fiduciario d’emergenza per l’Africa dell’UE, di cui il Niger è uno dei primi destinatari. Il nostro governo ha concesso 50 milioni di euro come supporto al budget dello Stato del Niger, un contributo in fase di erogazione, in più tranches, che serve anche per accreditarsi come partner. Non ci sono veri e propri obblighi rispetto all’uso che verrà fatto di questi soldi ma unicamente vincoli. In primis il fatto che questi soldi dovranno essere destinati ai ministeri della Giustizia e degli Interni. Perché si continui a versare le diverse tranche è necessario il soddisfacimento di alcuni indicatori molto ampi che vanno dalla riduzione del numero di migranti che passeranno dal Niger all’aumento di guardie di controllo alle frontiere. Di fatto però il contenuto dei contratti fra UE e Niger e fra Italia e UE non é stato reso pubblico. L’unico documento che ho potuto visionare è il decreto che stanzia il cobtributo, parte del “Fondo Africa” della Farnesina. Fra gli indicatori specifici che rientrano nell’accordo fra UE e Niger c’è l’allargamento e la ristrutturazione di una pista di atterraggio a Dirkou, un avamposto commerciale e militare nel nord del paese. Dirkou è un punto chiave della rotta verso la Libia, la pista di atterraggio attualmente è usata per voli militari e rari voli umanitari ma le ragioni del suo ampliamento vengono spacciate dai funzionari italiani come “umanitarie”. Dovrebbe servire a facilitare l’evacuazione di migranti dalla Libia e a garantire un supporto ai soccorsi nel deserto, realizzati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni con la Protezione Civile del Niger. A Dirkou si prevede anche di realizzare un nuovo “centro di transito” per migranti. Un altro requisito, per la prosecuzione del finanziamento italiano, è che il Niger adotti una Strategia nazionale per la sicurezza e una Strategia nazionale contro le migrazioni irregolari, documenti effettivamente redatti negli ultimi mesi».

Il governo italiano intanto invia anche militari in Niger…

«Si tratta di azioni che rientrano nella stessa linea. Si entra così in un contesto più complesso che coinvolge non solo il governo nigerino ma anche quello francese. L’Italia contribuirà al “G5 del Sahel (Niger, Mali, Ciad, Burkina Faso e Mauritania), una coalizione militare sponsorizzata dalla Francia. Per la Francia questo implica anche un ritiro parziale di truppe da alcune basi, pur mantenendo il controllo della regione. Parigi negli anni ha dispiegato migliaia di uomini, avendo anche perdite umane e non riscuotendo grande consenso. Il G5 anche se formalmente è composto solo da Stati africani vivrá grazie al contributo degli Stati europei e di alcuni Paesi del Golfo (in primis l’Arabia Saudita). Per mantenere la coalizione si sta attuando un vero e proprio fundraising a cui l’Italia contribuisce con l’invio di uomini. Ci sarà un aumento della presenza militare nel Sahel anche se, ad oggi, per i soldati italiani non sono state stabilite e definite regole di ingaggio. Nei giorni scorsi c’è stato un viaggio di funzionari italiani per affrontare i dettagli. Io credo che la presenza, in termini numerici, sarà meno significativa di quella ipotizzata. Si ipotizza che si stabilizzino non solo a Niamey ma anche a Madama, dove c’è un distaccamento di centinaia di soldati francesi a 100 km dal confine libico e quella è una zona rischiosa. Si tratta dell’avamposto più a nord non solo per i francesi ma anche per gli stessi nigerini. Il controllo del confine libico infatti è in mano a milizie libiche che vigilano anche in territorio nigerino. Lo scenario si presenta complicato in quelle aree e io sono convinto che effettuare pattugliamenti in quelle zone sarà molto complesso».

Tu sei andato per la prima volta in Niger quasi due anni fa

«Si la prima volta all’inizio del 2016 e poi sono tornato due volte nel 2017 per due mesi, occupandomi soprattutto delle migrazioni. Eppure per i nigerini da tempo le priorità sono altre. Di questo tema si occupa in Niger soprattutto una elite urbana anche se ora si è compreso che la questione attrae fondi e investimenti. Il Niger, un paese estremamente povero, dipende in gran parte dai contributi stranieri e dalla cooperazione internazionale. Ma fuori si associa il Niger alle migrazioni, dimenticando questioni come la malnutrizione, la povertà, l’analfabetismo, i disastri ambientali (alternanza fra siccità, carestie e inondazioni). Con un paese in queste condizioni si sta ripetendo un mantra secondo cui quella che si va realizzando è una partnership fra uguali. Lo dicono Alfano, Macron, Mogherini evidenziando come il Niger sia uno dei paesi più disponibili alla cooperazione, che manifesta grande disponibilità ad accettare le proposte dell’Unione Europea e per far utilizzare a qualcuno i fondi che arriveranno».

Di fatto, per quanto riguarda i percorsi migratori, il Niger è un paese di transito?

«Per questo il tema interessa poco i nigerini, tranne forse nella regione di Agadez dove una parte della ricchezza si è creata grazie al transito delle persone. Agadez è la capitale del nord e l’essere un luogo nodale per il movimento fa si che oggi si mangi grazie alla migrazione, e qualcuno si è anche arricchito. Tieni conto che la regione di Agadez è grande come la Francia ma è abitata complessivamente da non più di 500 mila persone. Il grosso della popolazione (altri 19 milioni) vive nel Sud e nel Sud Ovest del paese dove c’è Niamey. Lì gli immigrati non fanno notizia e quasi non si vedono. Io ho lavorato soprattutto fra Niamey e Agadez, seguendo poi le piste verso la Libia, poi sono andato a sud, verso il confine con la Nigeria, nelle zone in cui si fugge da Boko Haram. Ho capito che, nonostante i problemi che ci sono anche nei paesi vicini, in Niger c’è equilibrio e coesione. Per certi versi il business delle migrazioni ha anche migliorato le relazioni fra governo centrale e il nord che un tempo si sollevava con frequenza».

Dal Niger c’è scarsa emigrazione grazie alla stabilità politica?

«Non proprio. Nei decenni passati ci sono stati 5 colpi di Stato e 2 guerre civili. Continuano poi, soprattutto a sud, gli attacchi di Boko Haram e di altri gruppi jihadisti ma le ragioni per cui non si emigra sono altre. Intanto di ordine economico.  La povertà è fortissima e anche la circolazione di moneta è limitata. Il budget necessario per venire in Europa è troppo alto e pochi se lo possono permettere. Nulla a che vedere insomma con la condizione di molti abitanti degli Stati del Golfo di Guinea. Poi in Niger c’è ancora una urbanizzazione limitata e l’accesso ai mezzi di comunicazione di massa è scarso. C’è una forte migrazione regionale, ci si muove all’interno del paese alla ricerca di occasioni per sopravvivere. Ai tempi di Gheddafi, molti andavano in Libia per lavorare ma non per venire in Europa e il Colonnello li lasciava entrare avendo molti interessi politici in Niger. Oggi, dopo il Vertice di Abidjan si parla di evacuare dalla Libia i circa 400 mila migranti presenti per impedire loro di cercare di arrivare in Europa. I rimpatri sono già iniziati e di questi circa 10 mila sono nigerini che magari si erano trasferiti da decenni e che lavoravano in Tripolitania. Le migrazioni nell’area comunque restano regionali e circolari. Si parte e si ritorna attraverso confini ancora porosi e poco controllati. Ma c’è anche secondo me un aspetto legato all’immaginario comune e legato alla cultura. La colonizzazione francese, a differenza che in altre parti dell’Africa, è stata quasi esclusivamente militare e molto dura. Non ha conquistato il cuore dei nigerini. Il Niger serviva solo come confine e area di contesa con la dominazione britannica in Sudan. Non è stato colonizzato l’immaginario dei nigerini verso l’Europa, quelli giunti sono soprattutto tuareg, che hanno realizzato attività legate al turismo, soprattutto in Francia, e esponenti dell’opposizione. Lo stesso business dell’emigrazione ha fatto rimanere i nigerini che ora possono contare sul contributo dei migranti che transitano».

Ma esiste anche una parvenza di democrazia in Niger?

«C’è ancora molta strada da fare. Ci sono state le elezioni nel 2016 per dimostrare che c’è un governo liberamente eletto. Peccato che il principale rappresentante dell’opposizione era in carcere e, appena rilasciato, é fuggito all’estero. Secondo la comunità internazionale si è trattato di elezioni libere e trasparenti, ma con un unico candidato alla presidenza estremamente legato alla Francia e alle compagnie che estraggono uranio. La presenza francese è imponente, ma il presidente Mahamadou Issoufou sta riuscendo a compattare il paese garantendo posti alle diverse comunità del paese e ai diversi interessi in ballo. Si è per ora conquistato anche l’appoggio al nord delle comunità Tuareg e Tubu. Sui diritti umani c’è ancora molto da fare e la libertà di stampa è limitata. Ci sono spesso arresti di coloro che denunciano la corruzione e la gestione, troppo subalterna alla Francia, di risorse come l’uranio. Il Partito del Presidente, il PNDS Taraya, parte da una ispirazione di stampo socialista ma al proprio interno ingloba posizioni molto diverse fra loro in cui si trova di tutto. Col risultato che ad esempio per i giornali che non sono allineati al governo è difficile ottenere accesso a fondi e risorse. La questione dei diritti dei migranti ha portato una certa attenzione da parte dell’UE che sta esercitando pressioni. Vedremo ora se ci saranno ricadute pratiche: l’UE è il principale sostenitore dell’Agenzia Nazionale per la Lotta alla Tratta di Persone, che ha aperto centri in ognuna delle 8 regioni del Niger, per raccogliere segnalazioni di violenze, non solo connesse alla tratta. Però è una agenzia che dipende dal ministero della Giustizia, non è indipendente e questo rende complicato per migranti in transito denunciare gli abusi subiti sia dale forze di sicurezza che dagli smugglers. Da un anno si sta sviluppando una forte repressione delle partenze dei migranti verso Libia e Algeria. Un centinaio di autisti dei pickup sono stati arrestati, ma la migrazione prosegue, in modo più sotterraneo. Le autorità hanno definito una sorta di linea invisibile, nella regione di Agadez, che di fatto segna un territorio oltre il quale migrare, e trasportare chi lo fa, diventa reato».

E cosa accade ai migranti che vengono fermati con gli autisti?

«Secondo la legge nigerina chi fa parte della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (15 paesi) ci si può muovere per 90 giorni fra questi paesi senza bisogno di visto. Ma è difficile se non impossibile determinare il giorno d’ingresso. Se si supera il termine si rischiano 15 giorni di detenzione amministrativa (nelle carceri comuni) e poi l’espulsione con accompagnamento al confine. Ma mancano posti e risorse per poter applicare queste norme quindi raramente il meccanismo funziona anche se ora c’è un certo incremento. Teoricamente si dovrebbe, scaduti i 90 giorni, chiedere un permesso di soggiorno al paese in cui si risiede avendo un contratto di lavoro, cosa quasi impossibile. Così ci si ritrova col fatto che anche persone che hanno attività economiche, ad esempio nella ristorazione, in pieno centro di Niamey, risiedano in Niger da decine di anni ma non abbiano un permesso. Le espulsioni sono utilizzate come deterrente per le migrazioni internazionali».

Prima hai toccato la questione della tratta, soprattutto delle ragazze portate in Europa per sfruttamento sessuale. Cosa ne sai dei ghetti in cui le ragazze vengono vendute?

«Ne ho visti, alcuni ad Agadez. Le rotte dei nigeriani sono diverse da quelle di chi arriva da altri paesi dell’Africa Occidentale come Mali e Burkina Faso. In Nigeria si entra da sud, evitando di passare per Niamey e si punta direttamente su Agadez. Nell’ultimo anno, con l’aumento dei controlli si tende a passare lungo il confine fra Niger e Ciad per non essere intercettati. I ghetti di cui ho notizie ad Agadez e Dirkou sono gestiti da cittadini nigeriani che gestiscono, già in Niger la prostituzione nigeriana. Le ragazze iniziano a prostituirsi nei ghetti e sono le stesse che poi vengono impiegati nei locali notturni dove si vende anche alcool. Sono ghetti di cui si servono gli stessi militari di stanza a Dirkou. Alcune vengono vendute e portate in Europa, altre vengono spostate continuamente nel nord del paese o in altri paesi confinanti».

È vero che si stanno militarizzando i punti d’acqua per rendere più difficili i transiti dei migranti?

«Non ho particolari informazioni in proposito. Parto però da un punto, le piste e le stesse basi militari sorgono proprio in vicinanza di oasi e punti d’acqua. Inevitabilmente il pattugliamento lì è più intenso e significativo. Si parla di zone distanti fra loro centinaia di chilometri quindi ne deduco che in realtà la militarizzazione è delle aree in cui ci sono le basi e che sono vicine alle piste di transito, in cui ci sono i pochi punti d’acqua a cui attingere».

Una delle motivazioni addotte all’aumento di presenza militare è quello della minaccia terrorista. Tu cosa ne pensi?

«Il Niger, per la sua conformazione e la sua posizione (sono molto vaste le aree desertiche) è un paese di transito anche per armi e droga gestiti da gruppi armati, anche di ispirazione jihadista, e dirette verso Mali, Algeria, Libia, Ciad, Sudan, Nigeria. Il deserto è difficilmente controllabile anche se Francia e USA stanno da tempo utilizzando droni, oggi armati, che controllano questa fascia di territorio, partendo da basi militari a Agadez e Niamey. I gruppi che detengono questi traffici hanno affiliazioni jihadiste ma spesso si tratta di veri e propri gruppi mafiosi che così alimentano i loro profitti. I nigerini coinvolti in questi giri sono pochi e la loro presenza è sovrastimata. Il traffico di migranti finora non è stato legato a questi percorsi ma se – grazie anche alla repressione internazionale – diventa più sommerso e comincia ad utilizzare le stesse piste degli altri trafficanti può rischiare di venire coinvolto e assorbito da queste mafie. A livello religioso in Niger predomina una tradizione Sufi che non porta alla radicalizzazione politica. È in crescita un movimento salafita nato in Nigeria chiamato Inzala che ad oggi fa solo predicazione ma non rivendicazioni politiche o sociali. Predicano il ritorno agli elementi essenziali dell’Islam. Sono però tendenzialmente contrari alla presenza occidentale e a un governo considerato troppo vicino all’occidente. Il governo per ora non sembra dialoghi molto con questi gruppi. Un argine a discorsi pseudo-jihadisti è costituito da identità forti come quella Tuareg, che viene rivendicata con orgoglio anche dai giovani e che rende più difficile ogni reclutamento. Il jihadismo potrebbe però divenire la risposta alla mancanza di dialogo e all’emarginazione, o una copertura per difendere interessi e traffici che sono al di fuori dalla legge. Si aggiunga che anche all’interno delle diverse comunità presenti nel paese ci sono delicati equilibri interni perennemente messi a rischio, quindi bisognerebbe relazionarsi con estrema intelligenza e capacità inclusiva».

Ti introducevo prima dicendo che quando ne parli traspare un innamoramento del Niger. Da cosa dipende?

«Io sono partito per capire ma mi sono subito reso conto che questo paese ti contagia. In Niger è semplice, normale sentirsi a casa. Basta che ad esempio cerchi, come qualsiasi nigerino, di prendere un taxi collettivo urlando il nome del posto in cui devi andare e attendendo che si fermi il primo che va in quella direzione. Sul taxi dialoghi, ti chiedono – come dicevo prima – “di che tribù sei?”. A me è capitato di essere preso per cinese e quando dicevo “Italia” mi guardavano un po’ allibiti. Tanto è che degli amici mi hanno consigliato di dire che ero “tamasheq” (tuareg), uno dei gruppi linguistici dalla pelle più chiara. E poi rapidamente ti ritrovi a fare numerose amicizie, a comprendere elementi di storia e di cultura che è anche difficile tradurre. Ad esempio il ruolo del deserto. Diverso da come lo viviamo noi in occidente. Il deserto nei secoli è stato vissuto come perenne luogo di passaggio, lo chiami “deserto” ma intanto vi circolano tantissime persone. A me è capitato anche di comprenderne la durezza e la potenza passando una giornata a 50 gradi sotto il sole. In quei contesti entri facilmente nella vita delle persone, con tutte le contraddizioni che questo comporta anche in termini di quello che per noi è il concetto di legalità e che lì non ha senso. Si tratta di un ambiente ostile in cui ti capita di incontrare l’autista che ti dice sereno che se vuoi in 4 giorni ti porta in Etiopia. Non sai se ciò è vero o meno ma ti abitui all’idea che anche i confini tracciati sulle carte geografiche perdono di senso e di valore. I confini semplicemente non interessano, non sono percepiti come ostacoli. Ma dietro tutto questo c’è un patrimonio immenso di storia orale, che in occidente non si conosce e che è fondamentale per capire».

 

 

18/12/17 – REPUBBLICA – Palermo, “istituzioni colpevoli sui migranti”: il processo del “tribunale dei popoli”

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Link:Palermo, “istituzioni colpevoli sui migranti”: il processo del “tribunale dei popoli”

18/12/2017

di Gianluca Mavaro

“Il permesso di soggiorno è la pena di morte del nostro tempo”. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, partecipa alla seduta del “Tribunale permanente dei popoli”: deportazioni di massa, omicidi, torture, stupri, schiavitù e prostituzione forzata sono le colpe che l’assemblea, che si è riunita all’ex Cinema Edisone, attribuisce alle istituzioni europee, lo Stato italiano e in particolare il governo, nelle persone di Paolo Gentiloni e Marco Minniti.

Fra gli ospiti, appunto, Orlando, che si è sempre dichiarato contrario alla distinzione tra migrante economico e rifugiato: “La mobilità internazionale è un diritto umano inviolabile. Nessuno può essere costretto a morire nel posto dove è nato. Non possiamo avallare accordi criminali che oltre a calpestare questo diritto, provocano atroci sofferenze. Il nostro approccio deve essere umanitario, non securitario”. Orlando ha inviato una lettera alle principali autorità politiche e giudiziarie, europee ed italiane, per chiedere “perchè le istituzioni non concedono un corridorio umanitario a chi ne ha diritto: come se una vittima della mafia dovesse venire accompagnata a processo dal suo carnefice”.

Il Tribunale permanente dei popoli porterà a termine un processo d’opinione. Tre giorni di discussioni, testimonianze e denunce che serviranno a mettere insieme – attraverso la voce di magistrati, avvocati, giornalisti, esperti e vittime di abusi – l’atto di accusa contro governo italiano e Ue per le violazioni non solo dei diritti umani, ma anche delle nostre leggi interne e della Costituzione. Saranno giudicati i recenti patti siglati senza passaggio parlamentare, con il Niger e con il Sudan di Al Bashir, capo politico-militare, ricercato per crimini contro l’umanità, fino a quelli con la Libia, ispirati

a quelli di mero blocco delle frontiere siglati tra Turchia e Unione Europea. L’attenzione sarà concentrata quindi non solo sulle condizioni di vita negli hot-spot e l’uso indiscriminato della forza nei paesi europei, ma soprattutto sul sentiero infernale che un rifugiato è costretto a percorrere per ottenere quelli che dovrebbero essere dei diritti riconosciuti. Al termine dei lavori, previsto per mercoledì pomeriggio, il Tribunale emetterà la sentenza.

29/11/17 – DREAMINGMACHINE.com – VOICE OF FREEDOM: TRAFFICKED WOMEN SPEAK

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Link: VOICE OF FREEDOM: TRAFFICKED WOMEN SPEAK – Leila Segal

29/11/2017

The media loves a tragic story. What fits less well with its usual narrative is the idea of a trafficked person as an equal: someone who, but for poverty and geography, might be a friend.

This October, Voice of Freedom worked in Asti, at the Piam Onlus shelter, with 10 women who had been trafficked from Nigeria, through the brothels and prisons of Libya, via terrifying journeys across the sea in boats hardly worthy of the name, into Italy where contrary to their expectations of a job such as beautician, hairdresser or jewellery-maker, they were set to work as prostitutes on the street. Any woman who refused might be starved, certainly would be beaten; if she managed to escape from her trafficker, the woman would have to sleep on the street, penniless, undocumented, and longing for those she had left at home.

Into these women’s hands, Voice of Freedom placed cameras and asked them to think about the messages they wanted to send into the world. In two intensive weeks, women and facilitators created a group where trust was key. The women, from different tribes and regions of Nigeria, discussed together how they had been trafficked, the effects of poverty and women’s inequality, and the deception of the people—traffickers who had brought them there.

The women began to consider themselves as a body—to externalize individual suffering into a wider message. This was no longer simply about personal tragedy and survival: their experiences became part of a structure, a larger whole, and began to have meaning, which they defined.

We considered the concept of ‘advocacy’, and explained that through this work, if the women chose, they could advocate for their and their communities’ needs. Media is powerful: The tool was now in their hands.

Each woman in the group took to the work. We visited World Press Photo exhibition in Turin, where for the first time they saw the power of media to communicate experiences such as theirs. Then they decided they could do it better, because they were the ones who had had those experiences: the stories were theirs to tell.

We witnessed what happens when a woman who has not had a chance to speak her own truth does it for the first time—the dignity and power of their work, in contrast to the artificiality of documentation by those on the outside.

With the women’s permission, Voice of Freedom will share this photography with anti-trafficking campaigners and lawmakers. We also plan to exhibit it in Italy, the UK and beyond. In it, you see each woman as a whole person, with a whole life—a before. She is more than just the sum of her trafficking experiences—the work humanizes. We see through her eyes and understand that she is the best communicator of a life unknowable in any other way. Empathy arises through listening, not objectification, which can trigger in the viewer pity, or, through a sense of powerlessness, a turning away and disgust.

So here is a small selection of the women’s work, with its unexpected perspectives and utterly compelling detail that draws us close, as if listening to a trusted friend.

 

Leila Segal is director of Voice of Freedom

The following photographs were created by women on the Voice of Freedom workshops at Piam Onlus shelter, Asti, in October 2017. Each picture is followed by the words of the woman who took it. Workshops were facilitated by Leila Segal and Liz Orton.

Gloria

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Photo: Gloria, courtesy of Voice of Freedom

‘Many of us, and almost all of us, have passed through too many temptations in life, too many struggles and trials—the trip here, how difficult it is. Libya is hell… the sun… we are in prison. But being out of that Libya is to testify that we are now free from that place. So I took this picture as a bond of consolation. We were trafficked, and the anti-traffickers giving us the hope that they are going to deal with these issues.

‘And we are here. Like me, I’m in Europe now. I’m going to see a place to live. Maybe somebody’s going to feed me and accommodate me, and giving me some pocket money and shelter. I took a picture of a white person and a black person. The white person is comforting the black person and these are the people who are helping. So that’s my feeling.’

Sarah Oluwatimileyin 

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Photo: Sarah Oluwatimileyin, courtesy of Voice of Freedom

‘I love this picture because whenever I look at her personally I look at her as my childhood friend. There is a friend like that, not she, but they look alike so much. We were brought up together, her name is Dami. The church I attend, her dad is the owner of the church, my dad is the second in charge of the church and that is how they brought us together when we were two years old.

‘Later, her mum and dad broke up and her mum left and her dad married another wife who started maltreating them. Suddenly Dami just got missed—they were like, “Dami has travelled, travelled to abroad,”—this and that. Meanwhile, later we find out that they took her to one village for slavery—her dad sold her for slavery so she can bring money. There was no money so that is why they sold the girl.’

Emmanuel Joyce

Photo: Emmanuel Joyce, courtesy of Voice of Freedom

‘I took this picture when I woke up in the morning. On the other side it is houses. I open the windows, tidying everywhere, because in Nigeria we don’t have curtains and we don’t have windows. We have iron window and even if you want to look outside you can’t. You just peep like this. It’s iron bars. I took this picture to remember my background. There is even those houses around the back. We don’t have that in our village, there are many bushes around. I am on the ninth floor here—where I live in the village is just an ordinary house, there are no steps.’

Stefan 

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 Photo: Self-portrait, Stefan, courtesy of Voice of Freedom

‘The colour I’m wearing is black. It’s a mourning colour. In the week I snapped this picture I was mourning my mum and up to now I’m still with the black. I promised I was never going to leave my family. I did everything I did because I have this heart, I want to help.

‘In this picture I’m looking forward, looking ahead at what I’m going to be, and achieve greater things. But my right hand is behind, reaching back for my family, people who need help. Reaching back, there is nothing to touch, there is nothing to hold. The way is still very far back: my hand is empty, because I still have a lot to do. I want to be, “mummy don’t worry, I’m going to buy you the best car.” It’s so painful, me reaching back for that woman I looked at and I smiled. ‘

Okungbowa Osamude

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Photo: Okungbowa Osamude, courtesy of Voice of Freedom

‘I took this picture because the fruit inside was very sharp and made me to snap it. This picture reminds me of dry bones coming back to life, dead things coming back to life, things that are forgotten coming back to life—things that are not supposed to be. Now it’s bringing itself back because the tips of the leaves are brown… the brown ones are coming back to life. The green ones, they are ready to enjoy the fruit of life; the fruit now is showing the beautiful of the tree. Fruit has life.’

Greatness 

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Photo: Self-portrait, Greatness, courtesy of Voice of Freedom

‘In desert there is no house. You can’t see house in desert. We just sleep outside. Back then they would load us like 50, 20, in the Helios [truck]. There would not be space for you to stand or move. So anybody that fall down they are not going to wait for him, that person will just die there. Because of the sand there is no water, no food. We spent the nights on the sand, it was very very cold.

‘Back home in Nigeria the sand is very good. There is no cold, no hot. Very good. We do spread clothes on it, and sleep on it. We don’t need to go inside because the sand will be okay.’

 

 

07/11/17 – THE GUARDIAN – Arrests in Italy as 26 Nigerian women and girls found dead

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Rescued migrants disembark from the Spanish navy ship Cantabria in Salerno, Italy. Photograph: Antonio Masiello/Getty Images

Link: Arrests in Italy as 26 Nigerian women and girls found dead 

07/11/2017

by: Angela Giuffrida

Two men have been arrested and charged in Italy as investigators look into the deaths of 26 Nigerian women and girls, who are suspected to have been murdered while attempting to cross the Mediterranean.

The bodies of the women were brought to the southern Italian port of Salerno by the Spanish ship Cantabria on Sunday, and prosecutors opened an investigation over suspicions that the women, some as young as 14, may have been abused and killed.

The bodies were recovered by Cantabria, which works as part of the EU’s Sophia anti-trafficking operation, from two separate shipwrecks – 23 from one and three from the other. Fifty-three people are believed to be missing.

The men arrested have been named as Al Mabrouc Wisam Harar, from Libya, and Egyptian Mohamed Ali Al Bouzid.

The pair are believed to have skippered one of the boats. They were identified by survivors who were among the 375 brought to Salerno by Cantabria.

The two men are accused of organising and trafficking at least 150 people on the two sunken boats, but prosecutors have not made a direct link between the two men and the women’s deaths, said Rosa Maria Falasca, chief of staff at Salerno’s prefecture.

Autopsies on the bodies should be completed over the next week.

The prefect of Salerno, Salvatore Malfi, told the Italian press that the women had been travelling alongside men and when the vessels sank, “unfortunately, the women suffered the worst of it”.

But in response to concerns that the women were being trafficked for the sex trade, he added: “Sex trafficking routes are different, with different dynamics used. Loading women on to a boat is too risky for the traffickers, as they could risk losing all of their ‘goods’ – as they like to call them – in one fell swoop.”

Marco Rotunno, an Italy spokesman for the UN refugee agency (UNHCR), said his colleagues were at the port in Salerno when the bodies were brought in.

“It was a very tough experience,” he said. “One lady from Nigeria lost all her three children.”

He added that 90% of migrant women arrive with bruises and other signs of violence.

“It’s very rare to find a woman who hasn’t been abused, only in exceptional cases, maybe when they are travelling with their husband. But also women travelling alone with their children have been abused.”

Most of the survivors were either Nigerian or from other sub-Saharan countries including Ghana, Sudan and Senegal.

The survivors were among over 2,560 migrants saved over four days. People still continue to attempt the crossing despite a pact between Italy and Libya to stem the flow, which led to a drop in arrivals by almost 70% since the summer, according to figures released last week by Italy’s interior ministry.

 

6/11/17 – BBC-Italy probes deaths of 26 Nigerian women from migrant boats

Map showing Central Mediterranean migrant routes

Link: Italy probes deaths of 26 Nigerian women from migrant boats

6/11/2017

Italian prosecutors are investigating the deaths of 26 Nigerian women – most of them teenagers – whose bodies were recovered at sea.

There are suspicions that they may have been sexually abused and murdered as they attempted to cross the Mediterranean.

Five migrants are being questioned in the southern port of Salerno.

A Spanish warship, Cantabria, docked there carrying 375 migrants and the dead women, following several rescues.

Twenty-three of the dead women had been on a rubber boat with 64 other people.

Italian media report that the women’s bodies are being kept in a refrigerated section of the warship. Most of them were aged 14-18.

Most of the 375 survivors brought to Salerno were sub-Saharan Africans, from Nigeria, Senegal, Ghana, The Gambia and Sudan, the daily La Repubblica reports.

Among them were 90 women – eight of them pregnant – and 52 children.

There were also some Libyan men and women on board.

People-smuggling gangs charge each migrant about $6,000 (£4,578) to get to Italy, $4,000 of which is for the trans-Saharan journey to Libya, according to the Italian aid group L’Abbraccio.

Many migrants have reported violence, including torture and sexual abuse, by the gangs.

In the year to 1 November, 150,982 migrants arrived in southern Europe by boat from North Africa, the International Organization for Migration (IOM) reports.

Of them, 111,552 (nearly 75%) came via the Central Mediterranean route to Italy. The number who died on that route was 2,639, the IOM says.

The others arrived in Greece, Cyprus or Spain. The total is less than half the 335,158 who arrived in the same period of 2016.

Last year the total for Greece was higher than that for Italy.

A note on terminology: The BBC uses the term migrant to refer to all people on the move who have yet to complete the legal process of claiming asylum. This group includes people fleeing war-torn countries such as Syria, who are likely to be granted refugee status, as well as people who are seeking jobs and better lives, who governments are likely to rule are economic migrants.

05/11/17 – FATTO QUOTIDIANO – Migranti, sbarca nave a Salerno con 400 persone: 26 donne morte. Prefetto: “Ipotesi omicidi. E’ tragedia dell’umanità”

 

 

Link:Migranti, sbarca nave a Salerno con 400 persone: 26 donne morte. Prefetto: “Ipotesi omicidi. E’ tragedia dell’umanità”

05/11/17

Quasi quattrocento migranti e tra loro i cadaveri di 26 donne. La nave militare spagnola Cantabria ha attraccato questa mattina al porto di Salerno: un nuovo sbarco annunciato nelle scorse ore, ma questa volta a bordo c’erano anche ventisei donne morte che avrebbero perso la vita durante la traversata con un gommone. “E’ una tragedia dell’umanità”, sono state le prime parole del prefetto Salvatore Malfi, “credo che la procura si attiverà da subito per valutare se possa trattarsi di altrettanti omicidi”. Nelle prossime ore il pm Luca Masini salirà sulla nave con i medici legali per valutare se effettuare le autopsie sui cadaveri. Secondo le prime rilevazioni, a bordo c’erano 375 migranti: 259 uomini, 116 donne di cui 9 in avanzato stato di gravidanza. Settantadue migranti resteranno in Campania, gli altri verranno distribuiti in altre Regioni.

“Oggi Salerno”, ha continuato Malfi, “si prepara con uno spirito diverso rispetto agli altri sbarchi. Abbiamo già avuto altri morti, ma su questa nave sarà tutto più complicato, anche come impatto morale. Siamo ancor di più in stretta collaborazione con la Procura della Repubblica perché i ventisei corpi potrebbero essere ventisei omicidi. Quello che va fatto, per esigenze di giustizia, sarà fatto. Credo che già stamattina il procuratore Masini valuterà se ci siano i presupposti per un’ipotesi di omicidio. Bisogna vedere se si trova qualche soggetto su cui concentrare l’attenzione o se si procederà contro ignoti. Che qualcuno abbia fatto morire queste donne e non sia stato un fulmine arrivato dal cielo è una cosa ovvia”.

Tra le prime ipotesi c’è appunto quella che le donne siano morte per annegamento. Le autorità salernitane, che stanno effettuando accertamenti sulla vicenda, ritengono che sia ancora prematuro esprimersi sull’accaduto in modo più definito. Malfi ha spiegato: “Le donne decedute, di nazionalità presumibilmente nigeriana, sembra fossero a bordo di un gommone dove vi erano anche uomini. Il barcone è affondato e le donne purtroppo hanno avuto la peggio, in quanto soggetti più deboli”. Il prefetto tenderebbe a escludere collegamenti con la tratta delle donne: “Le tratte seguono altre dinamiche e altri canali. Caricare le donne su un barcone sarebbe un investimento rischioso che i signori delle tratte non farebbero, potendo perdere la ‘merce’, come la chiamano loro, in un solo colpo”.

Tutte le salme verranno trasportate all’obitorio dell’ospedale di Salerno per un primo esame esterno, oltre che per un tampone, per scoprire se le donne morte abbiano anche anche subito violenze. In base agli elementi raccolti, il professor Antonello Crisci, perito della Procura, insieme alla sua equipe, valuterà se procedere con le autopsie. Una volta ultimati tutti gli accertamenti, nove cadaveri verranno sepolti nel cimitero del Comune di Salerno e i restanti nei comuni limitrofi.

Silenzio per il momento da governo e istituzioni. All’attacco solo la Lega Nord che denuncia la ripresa degli sbarchi: “400 immigrati (26 morti) sbarcati a Salerno”, ha scritto su Twitter il segretario del Carroccio Matteo Salvini. “Quanti altri morti e quanti altri miliardi sprecati? Altro sangue sulla coscienza dei buonisti”. Così anche il deputato leghista Paolo Grimoldi: “Nel silenzio del governo, mentre il ministro Minniti era distratto a rilasciare interviste trionfalistiche sul drastico calo estivo degli sbarchi, gli arrivi di immigrati dall’Africa sono ripresi improvvisamente. Il governo si svegli, il ministro Minniti si svegli”.

03/11/17 – ANSA – Riti Ju Ju per fare prostituire

Link: Riti Ju Ju per fare prostituire

(ANSA) – CATANIA, 3 NOV – Un decreto di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Catania è stato eseguito dalla la Polizia di Stato-Squadra Mobile di Ragusa, con la collaborazione delle Squadre Mobili di Livorno e Pisa, nei confronti di Cliford Idemudia, nato a Benin City, di 48 anni, e di Godspower Palmer, nato in Nigeria, di 32 anni. Sono indiziati, il primo per associazione finalizzata al traffico di esseri umani, tratta di esseri umani, con le aggravanti della transnazionalità, di avere esposto a pericolo la vita o l’incolumità delle persone trasportate – facendole imbarcare su natanti occupati da numerosi migranti privi di ogni necessaria dotazione di sicurezza – e di avere agito al fine di reclutare persone da destinare alla prostituzione o, comunque, allo sfruttamento sessuale. Il secondo riguarda la tratta di esseri umani e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anch’essi pluriaggravati. Un terzo indagato è allo stato irreperibile.

27/10/14 – Palermo: mercato sessuale, oggi cerimonia in ricordo di due vittime nigeriane

Link: Palermo: mercato sessuale, oggi cerimonia in ricordo di due vittime nigeriane

27/10/14

Serena Freni

Bose Uwaida e Looveth Edward sono state due giovani donne vittime della tratta del mercato sessuale in Sicilia. La prima, 37 anni, uccisa a Custonaci il 24 dicembre scorso, la seconda, 22 anni, trovata morta in via Filippo Juvara a Palermo il 6 febbraio 2012 pare per un arresto cardiocircolatorio.

Fino ad ieri i corpi delle due donne di origini nigeriane riposavano sotto malmessi cumuli di terra e pietre. Da oggi hanno a Palermo una tomba, con una lapide. Il pastore Vivien Wiwoloku, responsabile metodista della comunità nigeriana in città e padre Enzo Volpe, direttore del Centro interculturale di Santa Chiara hanno presenziato la funzione. Entrambi hanno chiesto giustizia per le martiri delle nuove ed antiche violenze. Le cerimonie si sono svolte stamattina al Cimitero dei Rotoli grazie al Coordinamento antitratta Favour e Loveth e i rappresentanti del Ciss, Cooperazione Internazionale Sud Sud che hanno coinvolto il dirigente dei Servizi cimiteriali Gaspare Lo Nigro presente alle due funzioni.

Presente alla manifestazione anche Isoke Aikpitanyi, ex vittima della tratta, oggi scrittrice
Per approfondire http://www.strettoweb.com/2014/10/palermo-mercato-sessuale-oggi-cerimonia-in-ricordo-vittime-nigeriane/205047/#iq0KrF7J58oscJrS.99