5/09/2015 – Palermo, la rivolta delle ex prostitute: “Via dalla strada, ma il Comune ci aiuti”

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5/09/2015

Hanno deciso di costituire un gruppo che dia voce alla terribile tragedia vissuta da molte donne. Sono le ragazze di Benin City, il piccolo Stato della Nigeria, ex prostitute di Palermo, vittime della tratta, arrivate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. L’idea è quella di creare una rete sociale di sostegno che aiuti le ragazze, molte delle quali minorenni, a uscire da quella che è stata definita la schiavitù del XXI secolo. Da sole, però, non possono farcela. Hanno bisogno dell’aiuto delle istituzioni e per questo hanno incontrato l’assessore al Comune di Palermo, Agnese Ciulla che ha garantito loro la disponibilità nell’avviare un programma di sostegno economico e di inserimento sociale. Fatima e Vero hanno raccontato le loro storie segnate da una profonda sofferenza, ma non si sono arrese e oggi sono mamme e mogli felici, consapevoli che qualcosa si può e si deve fare per chi ha vissuto e continua a vivere sul ciglio di un marciapiede (di Paola Pottino e Giada Lo Porto)

4/11/14 – MERIDIONEWS – Business della prostituzione «A Palermo oltre 500 schiave»

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FOTO DI KYLLER COSTA GORGÔNIO

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4 Novembre 2014

Di Maurizio Zoppi

 

Un fiume di denaro passa per le strade di Palermo. Un fiume in piena che attraversa la Favorita, le strade del Porto, il Foro Italico, sino ad arrivare in via Messina Marine. Mentre sull’isola i negozi falliscono investiti dalla implacabile crisi economica, mentre le fabbriche licenziano e chiudono i battenti, la fabbrica del sesso prospera e va a gonfie vele. In Sicilia, il suo fatturato annuale è da capogiro: 30 milioni di euro. Quasi 83mila euro al giorno. A Palermo la criminalità organizzata gestisce più dieci milioni di euro con una presenza di oltre 500 ragazze. Sono per lo più nigeriane e sono la forza lavoro delle nuove mafie che si sono radicate da quasi dieci anni nel nostro territorio, dopo avere occupato le strade delle grandi città del nord Italia e di mezza Europa. La tratta delle donne nigeriane presenta una filiera complessa: si comincia con il reclutamento, si prosegue con il finanziamento e l’organizzazione del viaggio, per finire con l’esercizio della prostituzione in forma coatta, di vera e propria schiavitù, sui marciapiedi delle città italiane.

L’investimento economico viene fatto dagli uomini, mentre la gestione delle ragazze è prettamente femminile. L’organizzazione imprenditoriale viene gestita da ex prostitute chiamate maman. Le nigeriane arrivano quasi tutte da Benin City, attraverso le carrette del mare o con documenti falsi in aereo, accompagnate dai loro padroni a cui devono pagare il prezzo della loro libertà. Spesso, come risulta dal rapporto dell’Unicri e dal ministero degli Esteri, alla Favorita, tra le nuove schiave reclutate ci sono diverse minorenni, ritenute più docili e più manovrabili dalle loro mamam. Lavorano giorno e notte nei viali che collegano Mondello con il centro città, o sul lungomare del Foro Italico, vendendo il loro corpo tutti i giorni dell’anno per pagare il loro debito e riscattarsi dalla schiavitù. Ci vogliono due o tre anni per pagare dai 30mila ai 100mila euro, talvolta anche di più.

Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non prendono un euro

Nel capoluogo siciliano per anni il fenomeno delle prostitute non è mai stato di particolare interesse. Bisognava leggere sui giornali la morte di due giovani prostitute nigeriane per far destare l’attenzione sul problema. La prima è Lowet Eward, morta nel dicembre del 2011 per mano di un cliente. Il corpo è stato ritrovato carbonizzato a Misilmeri, in provincia di Palermo. La seconda, Favour Nike Adekunle, è stata uccisa nel febbraio del 2012. Adekunle, 22 anni, stava per sposarsi; non stava più in strada. È stata trovata morta e seminuda, abbandonata tra i cassonetti dell’immondizia della città. Gli investigatori escludono che ci siano rapporti tra i nigeriani che sfruttano le donne e la mafia locale, che si limiterebbe a tollerare la loro presenza.

«Attualmente il panorama delle organizzazioni criminali che gestiscono l’industria del sesso a Palermo è variegato. Le più grosse sono certamente quelle dei nigeriani e dei romeni ma poi ci sono anche le organizzazioni cinesi, e del resto dell’Africa come tunisini, marocchini, etiopi, somali. Ma non mancano anche i trans sudamericani». Così spiega la questione Nino Rocca del coordinamento anti-tratta Favour e Loveth. Costituito da oltre 20 associazioni non solo non vuole dimenticare le due ragazze schiavizzate e morte sulla strada, ma intende lottare per liberare dalla schiavitù tutte le donne che subiscono la tratta, non solo nigeriana. Tra i gruppi più longevi che formano il coordinamento c’è anche l’associazione Pellegrino della terra che da 15 anni lotta per recuperare le ragazze dalla strada e offrire loro un’alternativa di vita.

Per lo più le ex prostitute sono restie a raccontare del loro passato. In qualche caso perché i loro attuali compagni sono ex clienti oppure perché hanno avviato una collaborazione con la procura. «Le ragazze sono delle operaie a costo zero sino a quando non hanno pagato il loro debito. Spesso la loro fortuna sono i clienti che riescono ad allontanarle dalla strada, dopo essersi innamorati – continua Rocca – Altre volte le donne cercano di cambiare vita ma dopo pochi mesi, a causa della mancanza di denaro, tornano a prostituirsi». Il costo medio di un rapporto è di circa 20 euro. «Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non

un rapporto è di circa 20 euro. «Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non

prendono un euro».

«Rispetto a questa terribile realtà di nuove schiavitù e organizzazioni criminali che sotto gli occhi di tutti ci esibiscono senza alcuna remora la merce importata dall’Africa o dai paesi dell’Est, cosa fanno le autorità, la magistratura, gli organi di governo della città?», chiede l’attivista del coordinamento anti-tratta. «Questa è la domanda che ci dobbiamo porre per rispondere a un problema che non è soltanto un’offesa al pubblico decoro – conclude – ma un’offesa ai più elementari diritti umani violati con sfrontatezza e spregiudicatezza dalla criminalità organizzata».

30/08/12 – DIPALERMO.IT – A PROPOSITO DELLE NIGERIANE CHE SI SVENDONO ALLA FAVORITA

30/08/12

Il caldo di questi giorni gioca brutti scherzi, alle volte. Capita, per esempio, che all’ultimo minuto uno decida di andare a Mondello, fare un bagno e tornare. Per farlo, quasi sempre si passa dalla Favorita. Cicale, caldo asfissiante, decine di auto-moto-bici che percorrono questo piccolo cordone ombelicale che lega Palermo al mare. Nelle ore più calde, il sole è così forte che sembra che i viali, per quanto alberati, siano bagnati di luce, che non ci sia spazio per nessun altro colore che non sia il giallo.

In questa visione allucinata sono poche le cose che continuano ad avere una propria autonomia cromatica, conservando il loro aspetto: lo scorcio di un sentiero appena dopo il viale principale, un albero che brilla ostinatamente del suo verde, e poi loro. Qualcuna sembra proprio una ninfa, in quel piccolo angolo di vegetazione in cui scorrono frettolose le auto; si nasconde tra i cespugli, la pelle bruna, i capelli lunghi e un fiore di plastica in testa. La maggior parte sono invece stanche, rassegnate, sovrappeso, abbrutite dal caldo. Anziane, con la ricrescita bianca sui capelli e un décolleté di cui nemmeno loro sembrano trovare il senso.

Qualche tempo fa, un tizio incontrato non so in quale circostanza, asseriva convinto che tante donne scelgono di fare il mestiere più antico del mondo. Si spingeva a dire che in particolare le nigeriane vogliono farlo. Ho evitato di chiedere (non ne sarebbe valsa la pena) perché proprio le nigeriane avessero, secondo lui, questa propensione a farsi toccare e penetrare dal primo che capita, magari picchiare, magari avere rapporti non protetti perché meglio pagati, per poi consegnare quasi tutto al magnaccia di turno. Mi sfugge: devono essere davvero masochiste, le donne nigeriane, per esporsi a tutti questi pericoli.
Il volto di questo fanatico l’ho dimenticato presto. Ma ricordo bene che, in quel momento, per me aveva la faccia di chi sceglie, picchia, usa, paga per i servizi supplementari, e si tira fuori da ogni responsabilità, perché tanto lo vogliono loro. Soprattutto, chissà perché, le nigeriane.

 

13/11/02 – REPUBBLICA – Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane

Link: Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane

13/11/2002

Di Anais Ginori

BENIN CITY – C’ è un pezzo di Nigeria dove le ragazze parlano italiano e sanno dire perfettamente: «Quanto mi dai?». E’ uno spicchio d’ Africa dove alcuni uomini, gli Italos, conosco le strade di Milano e Torino a menadito, come se fosse casa loro. Benvenuti a Benin City, la fabbrica italiana di prostitute all’ Equatore. Corpi da gazzelle, grandi occhi neri, labbra carnose, prezzi modici: 10 euro per un’ ora di sesso. La capitale delle prostitute è all’ estremo sud della Nigeria, in mezzo alla foresta pluviale, nello stesso paese che condanna a morte Safiya e Amina per adulterio e che in questi giorni festeggia l’ arrivo delle reginette di bellezza per il concorso di Miss Mondo. «Want to go abroad?», vuoi andare all’ estero?, è scritto su un grande cartello in mezzo alla piazza del mercato. Raffigura una nigeriana in catene che abborda un’ auto. I manifesti, così come gli spot televisivi, i volantini, tutti finanziati dal governo locale, sono un disperato tentativo di ricordare a famiglie e ragazze che la prostituzione è schiavitù. Ma la domanda diventa retorica. «Sì, le ragazze di Benin vogliono tutte andare all’ estero» risponde Grace Osakue, presidente di un’ associazione femminista. I primi ad accoglierti sono i lebbrosi. Organizzano posti di blocco piazzando sassi sulle strade. Le auto rallentano, loro si appiccicano ai vetri. Elemosinano qualche naira ostentando braccia e gambe divorati dalla malattia. E’ un sud poverissimo, che non ha il petrolio dell’ Est e l’ agricoltura del Nord. Non ha industria e università, non ha dinastie politiche o militari, non ha nulla. Meridione dimenticato dal governo per quarant’ anni, fino all’ elezione del presidente sudista e cristiano Olejun Obasanjo. L’ unica ricchezza di Benin sono le ragazze. «Belle, bellissime» ammette desolata Grace. «Già a 11 anni sono sviluppate, pronte per partire». Nel 1897, al loro arrivo i coloni inglesi scoprirono con orrore i riti voodoo: donne e bambini bruciati di notte, teste appese nelle piazze per il pantheon degli Orisha. Oggi il sacrificio di Benin si consuma altrove, in Italia. «Non provate un po’ di vergogna?» chiede Eki Igbenedion, la moglie del governatore dell’ Edo State. Da cattolica osservante è stupita che il racket di giovani donne prosperi nella terra del Papa. Lo ha scritto anche a Berlusconi. «Caro presidente, 42mila ragazze di Benin sono schiave nel suo paese. Molte non tornano più, tutte vengono maltrattate, sfruttate, infettate. Dal ’99, ne sono state uccise 112». Per tutta risposta, la first lady ha ricevuto i fax dei charter in partenza da Malpensa e Fiumicino che rimpatriano le prostitute clandestine. Produzione e rottamazione. Sì, perché Benin City è una fabbrica. Nessuno scandalo. I giornali locali chiamano la rotta delle schiave pipeline, oleodotto. Ci sono interi quartieri che hanno cambiato aspetto da quando si vende all’ Italia il petrolio di Benin: famiglie con la casa ristrutturata, padri fieri della macchina nuova. I trafficanti, gli Italos, sono considerati manager. «A Benin c’ è l’ offerta, in Italia la domanda» sintetizza Bisi Olateru, un’ altra attivista, in contatto con il sindacato delle prostitute italiane fondato da Carla Corso. Uno dei rari trafficanti arrestati, Chidi Nsoro, fermato alla frontiera del Ghana con tredici ragazze, ha risposto alla polizia: «Questo è il mio business». “Italian Connection” è il titolo di un film che racconta il viaggio di queste ragazze verso l’ Italia. La Nigeria è il primo produttore di film in Africa e sul traffico di prostitute è stata girata una sorta di epopea strappalacrime. Fiction. Qui nessuno piange. Anzi, le famiglie festeggiano quando un Italos entra in casa e porta via una giovane in cambio della promessa di 50mila euro. «Significa 2 anni di lavoro, 10 uomini a notte» quantifica Bisi. Un affare di donne: sono le madri che incoraggiano le ragazze a partire e sono le madame a gestire le schiave in Italia. «Spesso utilizzano anche la magia voodoo» racconta Bisi. «C’ è un tempio a Benin City dove si custodiscono ciocche di capelli e fotografie delle prostitute. Loro temono che, fuggendo, saranno maledette». Donne che si occupano di donne. Hauwa Ibrahim, 35 anni, sposata con un italiano, è l’ avvocato che difende Amina. Si occupa di Islam e sharia negli stati del Nord ma ha lavorato con il governo di Abuja su una legge contro il traffico di esseri umani. «Diciamo la verità: la prostituzione fa parte della cultura locale. Molti credono che l’ unico “traffico” illegale sia quello della droga». Hauwa riceve dall’ Italia centinaia di email e telefonate per salvare Amina. «Le ragazze di Benin invece sono dimenticate. Nessuno ne parla. E’ triste ma è così». Suor Blandina ha 56 anni ed è molto meno rassegnata. Irlandese, venuta in missione in Nigeria nei primi anni Ottanta, insieme a suor Florenza accoglie le prostitute che tornano dall’ Italia. Da quando il Viminale ha approvato il piano “Vie Libere” i charter atterranno a Lagos almeno due volte al mese. Le prostitute sbarcano senza documenti, mezze nude, sotto shock. Ragazze come Joy, Cinzia, Tina che ti salutano in italiano con diffidenza: «Ciao, che ci fai qui?». Raccontano tutte lo stesso viaggio: macchina da Benin fino a Lagos, aereo fino a Parigi per le più fortunate o automobile fino al Marocco e poi treno per Torino, Milano, Firenze, Roma. Nessuna di loro ha un buon ricordo dell’ Italia, alcune vorrebbero tornarci come cameriera o commessa. «Possono stare da noi soltanto le ragazze che sono convinte di non voler mai più fare la prostituta» spiega la religiosa. Le altre, appena possono, cercano di ricontattare un Italos e di ripartire. La casa-famiglia di Benin City è finanziata in parte dal governo italiano. Suor Blandina lo considera «un piccolo risarcimento per queste ragazze che i ricchi utilizzano e poi buttano via».