18/10/16 – LIVESICILIA – I peli del pube per i riti voodoo Costrette a prostituirsi: due fermi

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18/10/16

di Riccardo Lo Verso

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PALERMO – Prelevata in un centro di accoglienza e costretta a prostituirsi con lo spettro della magia voodoo. La tragica sorte toccata a una giovane nigeriana è stata ricostruita dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo. La Procura ha disposto il fermo di due connazionali, Peter O Egwuy e Osas Edos. Il primo è stato bloccato ad Agrigento, il secondo ad Alessandria. Sono accusati di tratta di essere umani, sfruttamento dell’immigrazione clandestina e della prostituzione.Nei mesi scorsi le indagini coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi, l’aggiunto Maurizio Scalia e i sostituti Calogero Ferrara e Annamaria Picozziavevano ricostruito che molte ragazze ragazze nigeriane vengono reclutate nei villaggi e convinte a salire sui barconi della speranza con la promessa di un lavoro in Europa. Una volta giunte in Italia trovano chi le obbliga a prostituirsi. Il piano criminale non potrebbe funzionare senza l’assoggettamento psicologico che passa attraverso i riti voodoo e l’utilizzo di droghe per rendere psicologicamente più fragili le vittime. Le donne vengono condotte in un luogo considerato sacro, dinanzi a un santone. Per le cerimonie utilizzano peli, capelli e indumenti intimi delle donne. Osaro John, la maman della banda, intercettata dai finanzieri, raccontava che “… quello che mi fa ringraziare Dio è che di questa ho le sue mutande e i capelli da mia madre. Quando è arrivata qui le ho preso quelli dalla vagina e dalle ascelle; quelli sono con me… Se io vedo che non mi pagheranno li porterò da quell’uomo per fare schifezza”.

Poi, è arrivato il racconto di una delle vittime. Trent’anni e il destino segnato da un numero di telefono. Si sale su un barcone con l’illusione che quei numeri scritti su un biglietto siano la combinazione per iniziare una nuova vita. Ed invece servono solo ad aprire le porte dei bordelli di Palermo, Reggio Calabria e Napoli. Il numero che le era stato consegnato prima della partenza era quello di Osaro John, la donna che avviava le ragazze alla prostituzione. La giovane nigeriana, sbarcata a Lampedusa nel 2015, era stata ospitata in un centro di accoglienza di Siculiana, da cui “è stata prelevata” e condotta prima a Catania e poi nell’abitazione della Osaro a Reggio Calabria. Ad occuparsene sarebbero stati i due fermati di oggi. La vittima li ha riconosciuti nelle fotografie postate su Facebook. Sono loro, ha detto ai finanzieri della Tributaria, coordinati dal colonnello Francesco Mazzotta.

05/06/16 – INTERNAZIONALE – Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi

Link:Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi

05/06/2016

di , scrittrice

Il monumento dei quattro mori, a Livorno. (De Agostini/R. Carnovalini, Getty Images)

Al centro di piazza Micheli, nei pressi del porto di Livorno c’è un monumento chiamato dei quattro mori.

In origine i quattro mori, ovvero quattro schiavi di religione musulmana, non erano presenti nel complesso monumentale. C’era solo Ferdinando I. La statua, tutta in marmo bianco, venne commissionata nel 1595 a Giovanni Baldini. Lo scopo era naturalmente quello di glorificare il granducato di Toscana. Era stato proprio Ferdinando a dare lustro a Livorno (pur non essendone lui il fondatore) facendola diventare un porto tra i più influenti del Mediterraneo e una piazza tra le più rinomate contro i pirati barbareschi. Ferdinando, come gran maestro dell’ordine di Santo Stefano, non solo aveva fermato i corsari, ma aveva dato al cristianesimo una pirateria altrettanto capace e crudele. Gli stefaneschi (e non solo loro) non erano secondi a nessuno nel saccheggio, nello stupro e nel far schiavi.

Per molto tempo la statua bianca del granduca restò ai margini della città. E fu letteralmente dimenticata. Ma un certo punto si decise di intervenire, perché era di vitale importanza per il granducato chiarire ai cittadini e ai visitatori il potere di Ferdinando e di Livorno stessa. Per questo nel 1621 fu commissionata un’aggiunta a un altro scultore, Pietro Tacca. Quattro schiavi “mori” incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare.

I quattro uomini sono tutti di rara bellezza. Solo di due si sa il nome: un vecchio turco dal viso segnato chiamato Alì e un giovane africano di nome Morgiano, che lo scultore aveva studiato dal vivo nel famoso bagno della città, una fortezza dove gli schiavi sono stati imprigionati per secoli.

Nessuno pensa mai a Trapani, Messina, Napoli, Venezia, Livorno o Roma come luoghi di schiavitù

Guardandoli, guardando soprattutto Morgiano, si nota quanto il suo viso somigli ai tanti Morgiano che oggi, nel 2016, lavorano come braccianti agricoli sottopagati in Puglia, in Sicilia, in Piemonte. Uomini che lavorano tra le dodici e quattordici ore al giorno per cifre irrisorie.

Morgiano, un uomo del 1600, ha gli stessi occhi dei vari Mamadou, Pape, Ramadi che per pochi spiccioli raccolgono le mele, i pomodori, le carote, i ravanelli destinati al nostro mercato ortofrutticolo sempre più affamato di braccia. Un mercato che vuole produrre tutto l’anno, vuole le fragole a gennaio, ma non è disposto a sborsare un euro in più per avere quello che si è prefissato. Una nuova schiavitù che spesso viene quasi considerata un male necessario. Ed ecco che più di cinquemila donne rumene nel ragusano non solo sono sfruttate fisicamente nei campi, ma lo sono anche sessualmente da caporali e padroni. Per questo sindacalisti come Yvan Sagnet denunciano la situazione e si mettono a capo di proteste difficili che costano fatica e costanti minacce. Ed è stato proprio Sagnet a ricordare al festival èStoria 2016, dedicato al tema della schiavitù, che “secondo il rapporto Agromafie e caporalato, prodotto dalla Flai Cgil nel 2015, sono circa quattrocentomila i lavoratori italiani e stranieri vittime del fenomeno del caporalato nel nostro paese”.

La schiavitù in Italia è una realtà nel 2016. Per fortuna ci sono tante persone come Yvan Sagnet che cercano di rompere il muro di omertà che circonda il fenomeno. Basti citare la recente protesta dei circa duemila braccianti indiani sikh dell’agro pontino che hanno incrociato le braccia e sono scesi in piazza a Latina, grazie a un’iniziativa della Flai Cgil, che legava il loro sciopero a quello di altri lavoratori del settore. La protesta è nata per rivendicare non solo salari più equi, ma anche per vedere affermata la loro la dignità di esseri umani.

Rimuovere il passato per occultare il presente

Spesso i luoghi delle schiavitù del terzo millennio in Italia si sovrappongono a quelli delle schiavitù del cinquecento, seicento e settecento. È come se da allora non fosse stato enunciato l’articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che dice: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”.

L’Italia si dimostra a tratti reticente sull’argomento, e il silenzio sulla tratta che ha interessato l’alto medioevo fino a circa metà dell’ottocento sembra essere non solo un modo per rimuovere il passato ma anche per occultare il presente.

Quando pensiamo alla schiavitù le immagini che ci balenano subito in mente sono quelle dei campi di cotone in Louisiana, o dei mercati di schiavi in Alabama. Nessuno quasi mai pensa a Trapani, Messina, Napoli, Venezia, Livorno o Roma come luoghi di schiavitù.

Ma lo sono stati. E spesso lo sono ancora.

Nella toponomastica e nell’arte italiana sono rimaste molte tracce della schiavitù

Basta guardarsi intorno per ritrovare tracce di questa sopraffazione un po’ in tutta la penisola.

La schiavitù dei secoli antichi, va detto subito per chiarezza, era reciproca. Molti europei finivano sotto il dominio degli ottomani. Città come Tunisi, Tripoli, Algeri e Salé pullulavano di spagnoli, italiani, francesi, inglesi, persino islandesi, resi schiavi. Ci sono molte testimonianze su queste schiavitù bianche, alcune illustri come quella di Miguel de Cervantes, che fu schiavo ad Algeri per cinque anni. Il futuro autore del Don Chisciotte raccontò la sua esperienza nella commedia El trato de Argel e riprese più volte il tema in altri testi teatrali come La gran sultanaEl gallardo español e Los baños de Argel. Ma se di questa storia sono rimaste reminiscenze in testi e persino in melodrammi (oltre a Cervantes pensiamo a L’italiana in Algeri di Gioacchino Rossini), di quello che succedeva agli altri (ovvero africani, arabi, turchi) sappiamo solo attraverso fonti private e materiale di archivio. Anche se, per capire, basterebbe osservare il paesaggio, notare per esempio che nella toponomastica e nell’arte sono rimaste tracce di questo passaggio di dolore.

La cena di Emmaus di Marco Marziale.  -

La cena di Emmaus di Marco Marziale.

Ci sono molti quadri che rappresentano la schiavitù in Italia. Basti pensare alla schiavetta di Lorenzo Lotto, vestita di arancione, che corre esausta dietro a un bambino birichino nel quadro Santa Lucia davanti al giudice (1532), conservato alla pinacoteca di Jesi; o allo schiavo agghindato di Marco Marziale in piedi vicino a Gesù e preda di una struggente malinconia nella Cena di Emmaus (circa 1506). E come dimenticare i mori incatenati a forma di candelabri che punteggiano le sale della settecentesca Ca’ Rezzonico a Venezia? Ed ecco che spuntano gondolieri di origine africana in Vittore Carpaccio (1465 circa–1525/1526) o un bell’adolescente vestito di bianco, orgoglioso ma sottomesso, in un ritratto del pittore Alessandro Longhi (1733–1813).

Sette milioni di schiavi nel Mediterraneo

E poi, in un ipotetico tour alla ricerca degli schiavi mediterranei, non dovrebbe mai mancare una visita alla basilica di Santa Maria gloriosa dei Frari, sempre a Venezia. Una chiesa piena di tesori, dalla tomba del Canova, all’Assunta di Tiziano. Ma quello che più colpisce è il monumento al doge Giovanni Pesaro, collocato nella navata sinistra della chiesa. Il doge è una figurina in alto, quasi irraggiungibile. Sotto, quattro schiavi mori portano il peso del monumento sulle loro spalle. Il loro aspetto è brutale. I vestiti sono strappati e sporchi. Lo sguardo torvo, l’aspetto animalesco. Non sembrano quasi umani. Gli occhi iniettati di sangue e fatica. Occhi pieni di odio e di morte.

E se non bastasse l’arte, andrebbero esaminati a fondo i visi degli italiani. Sono in tanti ad avere nelle loro vene il sangue di avi vissuti in schiavitù provenienti dalla Turchia, dal Senegal, dall’Albania, dal Marocco. Ce lo ricorda un bel volume storico, uscito di recente, dal titolo Schiavi. Una storia mediterranea (XVI-XIX secolo) di Salvatore Bono, che si era già occupato della materia in altre opere, tra cui il notevole Schiavi musulmani nell’Italia moderna, galeotti, vu’ cumprà, domestici. Sfogliando il volume di Bono scopriamo subito che la schiavitù mediterranea ha riguardato sette milioni di individui: africani (soprattutto dell’Africa occidentale e del Corno D’Africa), arabi, turchi, spagnoli, francesi, ebrei, ucraini, magiari, greci, tedeschi, scandinavi. Nessuno è scampato al flagello. Ma se in altri testi l’attenzione era tutta per gli schiavi europei in territorio islamico, Bono cerca di essere equidistante e racconta anche l’odissea degli schiavi musulmani (e non solo, l’autore parla anche degli schiavi africani di religione animista) nello spazio di mezzo costituito dal mar Mediterraneo.

Nelle pagine dei suoi volumi l’Italia ha un ruolo importante. Scopriamo con meraviglia che uno dei più grossi centri schiavistici era Napoli. Nel 1661 la città contava più di ventimila schiavi e avere uno schiavo era quasi alla portata di tutte le tasche e non solo di quelle aristocratiche. Anche la Sicilia, con i grandi mercati di Messina e di Trapani, era una piazza importante. Dalla metà del quattrocento alla prima metà del cinquecento l’isola fu al centro del commercio della canna da zucchero. Le Americhe le avrebbero fatto concorrenza più in là. Per questo ebbe bisogno di braccia, che vennero prese dall’Africa occidentale. La Sicilia, in quegli anni, era di fatto una piccola Alabama.

In una testimonianza il venditore garantiva che il giovane schiavo ‘non ha mal caduco e non caca e piscia a letto’

Se di Livorno si è già detto, Bono e altri storici hanno sottolineato l’importanza delle città rivierasche per quanto riguarda la tratta. Ad alimentare il mercato erano i saccheggi sulle rive magrebine, le guerre contro l’impero ottomano (la guerra di Candia e la battaglia di Lepanto) e gli assalti alle navi corsare concorrenti. Uno schiavo poteva essere venduto per soli otto ducati fino ad arrivare alla cifra record di 107 ducati. Gli anziani e i bambini costavano pochissimo, gli adolescenti moltissimo. Il mercato chiedeva uomini sani e integri, forti abbastanza da poter sopportare il duro lavoro nei campi o per non soccombere troppo in fretta al remo di una galera. Gli schiavi erano oggetti di scambio, potevano essere ricevuti come premio o addirittura ereditati.

A volte, come ci ricorda Salvatore Bono, c’erano richieste specifiche da parte dei futuri compratori. Come quella di Cosimo III che scrisse ad Alì Pascia di mandargli “due giovanetti negri eunuchi di tenerà età, che non passi il 14, o li 15 anni, che non abbiano il naso ritorto o schiacciato come la maggior parte di quella nazione, né patischino di fantasia”. Lo stesso Cosimo chiese poi che gli fosse inviato un “uomo negro con capelli lunghi”, probabilmente un tuareg. Dello schiavo dovevano essere segnalati i difetti. Dire se aveva avuto il vaiolo, se era “guallaruso” (ovvero con un ernia) o “fuitaro” (con la propensione alla fuga). A volte era accompagnato da raccomandazioni, come ricorda Bono citando il caso di un etiope di 12 anni, il cui venditore rassicurava il futuro proprietario garantendogli che il giovane “non ha mal caduco e non caca e piscia a letto”.

A sinistra, la schiava vestita di arancione (in basso) nel dipinto Santa Lucia davanti al giudice di Lorenzo Lotto; a destra un adolescente nero ritratto dal pittore Alessandro Longhi. -

A sinistra, la schiava vestita di arancione (in basso) nel dipinto Santa Lucia davanti al giudice di Lorenzo Lotto; a destra un adolescente nero ritratto dal pittore Alessandro Longhi.

Naturalmente gli schiavi soffrivano di malinconia e per le violenze subite. Morivano spesso di morte violenta e le donne venivano quasi sempre violentate dai padroni. I bambini cadevano in mano di pedofili senza scrupoli e anche chi aveva la fortuna di non essere abusato sessualmente doveva subire una vita di stenti, di lavori e orari estenuanti. Infanzie e giovinezze rubate, passate dietro al bestiame o legati a un remo, senza vedere quasi mai la luce del sole. Un inglese di nome William Davies scrisse un testo, la Veridica istoria, che fu un best seller della letteratura di viaggio del seicento. Davies, cerusico e fervente calvinista, racconta di come era dura la vita in schiavitù nelle galere di Livorno. Gli schiavi venivano rasati, testa e barba, ogni dieci giorni. Non avevano quasi vestiti, tranne alcune brache di lino. “La miseria delle galere”, scrive Davies, “è inconcepibile e inimmaginabile”. Un universo che lo storico Fernand Braudel definì, secoli dopo, concentrazionario. Chi non sopportava quelle torture cercava, spiega Davies, di suicidarsi o di uccidere i superiori. E quando non stava in galera, doveva trasportare pietre e detriti.

I santi neri in Italia

C’era però chi non si suicidava e cercava di far del suo percorso schiavile una sorta di cammino di redenzione. In Italia, come in altri paesi europei, era molto difficile riuscire a emanciparsi dalla schiavitù e a costruirsi una posizione, contrariamente al mondo islamico, dove questo era spesso possibile. Furono tanti gli schiavi diventati importanti comandanti o politici dopo la conversione all’islam. In Italia, invece, si registra solo l’esigua presenza di santi neri, soprattutto in Sicilia, provenienti dalla schiavitù. I più noti tra questi furono Antonio di Noto e Benedetto di San Fratello. Giovanna Fiume in Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna fa un identikit di questi due uomini, entrambi neri, uno catturato da pirati siciliani e fatto schiavo, l’altro nato da genitori etiopi già schiavi. La loro devozione fu forse dettata dalla necessità, ma sta di fatto comunque che questi santi neri alleviarono, almeno spiritualmente, l’oppressione dei tanti che vivevano in condizione servile. Peccato però che tutto questo non servì a convincere la chiesa in primis che la schiavitù era un errore. Nel momento di fare schiavi l’interesse economico era maggiore dell’umanità. Anche lo stato pontificio, infatti, usava schiavi nelle sue galere che partivano da Civitavecchia.

La schiavitù mediterranea durò fino all’inizio dell’ottocento. Poi tutto fu messo nel cassetto, dimenticato, rimosso. Ma ora, nel ventunesimo secolo, la storia si sta ripetendo negli stessi luoghi. Quello che avviene oggi ai tanti senegalesi o indiani impiegati nell’agroalimentare è parte di uno stesso disegno di oppressione, che lega l’antico al moderno.

Ed ecco che Morgiano, il Morgiano di Livorno, ci guarda. È giovane, bello, ancora in catene dopo secoli. Chissà cosa pensa guardando il nostro mondo. La schiavitù è un cancro che diffonde ovunque le sue metastasi. Oggi ogni volta che prendiamo un pomodoro in mano, o una pesca o una mela, dobbiamo pensare alle mani di chi ha raccolto quel frutto, ai suoi sogni infranti. Per denunciare questa situazione il musicista Sandro Joyeux, tre anni fa, ha deciso di suonare nella tendopoli di San Ferdinando, dove molti braccianti agricoli, per la maggior parte di origine africana, vivono in situazioni precarie e in condizioni igieniche spaventose. Così è nato l’Antischiavitour che ha portato Joyeux da Rignano a Saluzzo, fino ad arrivare a Rosarno. Luoghi di sfruttamento, che sono diventati anche luoghi di lotta. Luoghi dove si può cominciare a pensare a un futuro diverso dal passato. La strada è lunga, ma il primo passo è stato fatto.

02/06/16 – REPUBBLICA – Schiavitù, l’Italia al terzo posto in Europa per numero di schiavi

 

02/06/2016

di CHIARA NARDINOCCHI

Peggio di noi solo Polonia e Turchia. A dirlo il rapporto della Walk Free Foundation che analizza la schiavitù moderna e il traffico di esseri umani in 167 paesi. Le insufficienze del governo italiano. Al primo posto c’è la Corea del Nord. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia

 

ROMA – Se tutti gli schiavi del mondo si riunnissero in un solo paese, costituirebbero il 27° stato più popoloso del mondo. Ad oggi sono 48,5 milioni le persone che vivono in stato di schiavitù o vittime del traffico di esseri umani. In questo quadro si inserisce anche l’Italia che con i suoi 129.600 schiavi è al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia. Questi sono solo alcuni dei dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) che per il quarto anno consecutivo ha analizzato l’incidenza di schiavitù e tratta in 167 paesi

del mondo.

Nessuno si salva. Il XXI secolo ha visto affermarsi quella che viene chiamata schiavitù moderna. Ovvero nuove forme di abusi e ricatti che negano alle vittime la loro libertà. A chiarire il concetto è Andrew Forrest, fondatore della WFF intervistato in occasione della pubblicazione dell’Indice Globale: “La schiavitù moderna concerne situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere”. Forme di schiavitù sono anche lo sfruttamento della prostituzione e i matrimoni forzati o servili. Una serie di facce che nascondono un unico dramma: quello della schiavitù che, sottolineano i ricercatori, è presente in tutti i 167 paesi presi in considerazione.

I numeri. L’Indice comprende una serie di classifiche. Al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla popolazione c’è la Corea del Nord (4,37%) che invece è ultima per l’efficacia e l’impegno del governo nell’arginare la piaga. In termini assoluti, l’India è lo stato con il maggior numero di shiavi, sono 18,35 milioni, seguita da Cina (3,39 milioni), Pakistan (2,13 milioni), Bangladesh (1,53 milioni) e Uzbekistan (1,23 milioni). “La schiavitù moderna – continua Forrest – ha diverse forme e una può essere più comune di un’altra a seconda della regione che si prende in considerazione. Ad esempio, l’Europa rimane fonte e destinazione di lavoro forzato e sfruttamento sessuale. L’Asia ha un’elevata prevalenza di lavoro vincolato o forzato nell’edilizia e in fabbrica”.

Fortezza Europa. Nonostante il Vecchio Continente registri la minor incidenza a livello mondiale di schiavitù e traffico, ci sono paesi, tra questi anche l’Italia che ancora hanno molta strada da fare per sconfiggere il demone della schiavitù. Il 65% delle vittime di tratta proviene da stati dell’Europa orientale (Romania, Slovacchia, Lituania e Bulgaria). Mentre per quanto riguarda paesi al di fuori del continente, sono Nigeria, Cina e Brasile gli stati d’origine della maggior parte delle vittime.

Il “bel” paese col bollo “insufficiente”. L’Italia si aggiudica il terzo posto nella classifica europea per numero assoluto di schiavi dopo Turchia e Polonia. Inoltre, rispetto ad altri stati, l’impegno del governo italiano è giudicato ancora insufficiente nella lotta contro lo sfruttamento tanto da collocarlo al 42° posto con un rating B (dove il massimo è AAA) nella classifica globale di azione delle istituzioni. “ Il governo – sottolinea Fiona David, executive director of Global Research di Walk Free Foundation – ha una buona legislazione e per limitare il traffico di esseri umani collabora con stati sensibili come la Nigeria. Ma ci sono tre aspetti sul quale può e dovrebbe fare ancora di più. Il primo riguarda i servizi di supporto per adulti e minori vittime di forme di schiavitù, inoltre dovrebbe aumentare il budget stanziato per combattere questa piaga. Infine sarebbe utile e virtuoso coinvolgere la società civile e unire le forze verso l’obiettivo”.

Gli schiavi del mare. Migranti e rifugiati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento. Spesso per sfuggire a guerre e fame diventano vittime di trafficanti. Eppure una soluzione ci sarebbe. Basterebbe infatti assicurare dei corridoi umanitari o creare vie di fuga legali per raggiungere la salvezza. “Il recente afflusso di rifugiati – continua Andrew Forrest – ha messo a dura prova le misure di sicurezza, creando vie usate da reti criminali. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia. Anche se non tutti questi bambini sono stati vittima del traffico, l’Europol ha segnalato come siano presi di mira per esser poi vittime di sfruttamento sessuale, schiavitù e madonopera forzata in agricoltura o nelle fabbriche”.

I governi. Se alcuni governi come Paesi Bassi e Gran Bretagna hanno messo a punto una vera e propria strategia volta a debellare la piaga della schiavitù, altri hanno ancora molta strada da fare. Il governo britannico ha nel 2015 il Modern Slavery Act e ha nominato Kevin Hyland come Commissario indipendente anti-schiavitù. Il presidente Barack Obama ha colmato una lacuna nella legge degli Stati Uniti vietando l’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato o minorile. “Noi – conclude David – esortiamo i dieci paesi più grandi del mondo, compresa l’Italia, a introdurre una legge come il Modern salvery act istituito dalla Gran Bretagna nel 2015 che combatte la schiavitù conivolgendo il settore privato”. “Credo – conclude Forrest – nel ruolo critico dei leader nel governo, dell’impresa e della società civile. Attraverso un uso responsabile del potere, della forza di convinzione, della determinazione e delle volontà collettiva, tutti noi possiamo contribuire a porre fine alla schiavitù nel mondo.”

30/03/17 – TELESUD3.com – OMICIDIO BOSE, CHIESTA CONDANNA PER L’IMPUTATO

Bose

OMICIDIO BOSE, CHIESTA CONDANNA PER L’IMPUTATO

Il Pm Franco Belvisi ha chiesto la condanna a 25 anni di carcere per Alessandro Bulgarella, il lavapiatti valdericino, accusato dell’omicidio della prostituta nigeriana Uwaida Bose di 37 anni . Secondo la tesi del pubblico ministero la donna – il cui cadavere venne rinvenuto davanti al cimitero di Custonaci la vigilia di Natale del 2013 – sarebbe stata uccisa durante un tentativo di rapina. Il delitto sarebbe avvenuto a casa dell’imputato e non si esclude che qualcuno lo abbia aiutato per portare via il cadavere dall’abitazione.

Uwadia Bose, detta Jennifer viveva a Palermo nella zona del Policlinico con il compagno e le due figliolette. Di giorno lavorava come parrucchiera. La sera, in pullman, invece, raggiungeva Trapani dove era solita prostituirsi nei pressi dell’autostazione. Le indagini sul delitto vennero subito concentrate sui frequentatori di prostitute e sono culminate, attraverso una lunga serie di interrogatori, controlli di tabulati telefonici e servizi di osservazione e pedinamento, nell’ individuazione di Alessandro Bulgarella che venne arrestato dai carabinieri. La prossima udienza è stata fissata per il 4 aprile, con la requisitoria del difensore dell’imputato, avvocato Nino Sugamele. Secondo la tesi del legale, il suo assistito al momento del delitto stava “chattando”, circostanza che sarebbe stata confermata anche dal consulenze informatico Gioacchino Genchi.

19/12/14 – REPUBBLICA – Erice, una targa per mamma Bose e le vittime della tratta

 

Erice, una targa per mamma Bose e le vittime della tratta

19/12/2014

“No alla schiavitù del sesso”. E’ il messaggio che il Comune di Erice ha lanciato per commemorare Uwadia Bose, la trentottenne nigeriana barbaramente assassinata e ritrovata il 24 dicembre dello scorso anno, vicino a un chiosco di fiori, nei pressi del cimitero di Custonaci. L’amministrazione ericina ha dedicato, insieme al coordinamento Anti-tratta Favour e Loveth di Palermo, alla memoria di “Mamma Bose”, così come è stata ribattezzata, e “a tutte le vittime della tratta” una targa sul Lungomare Dante Alighieri. “Questo è un luogo  –  ha detto il sindaco Giacomo Tranchida  –  in cui i cittadini vengono al mare ma questo mare è lo stesso che troppo spesso nasconde tragedie, tratta delle schiave e sfruttamento. Noi nei confronti dei migranti abbiamo una responsabilità in più perché la nostra terra è il primo approdo per coloro che scappano dalle guerre, dalla fame alla ricerca del sogno di una vita dignitosa”. Uwadia Bose, madre di due gemelle di 6 anni, viveva stabilmente a Palermo con il compagno, di giorno svolgeva l’attività di parrucchiera, mentre, da alcuni mesi, la sera raggiungeva Trapani con i mezzi pubblici dove si prostituiva fino all’alba per pagare il suo “debito”, una cifra tra 40 e 80 mila euro che costituiva il riscatto dalla schiavitù del sesso. Per il suo omicidio lo scorso 24 novembre è stato arrestato Alessandro Bulgarella, 37 anni, lavapiatti di Valderice, con l’accusa di aver strangolato la donna nigeriana.

A scoprire la targa, accompagnati dal “Silenzio” eseguito da un militare del VI Reggimento bersaglieri di Trapani, il fratello di Uwadia, Maximor Alex Bose e il cugino Jolly Eguavocn alla presenza degli alunni della 4° E dell’Istituto Alberghiero “Florio”, della 3°E della scuola media “Antonino De Stefano” e della 3° B dell’Istituto comprensivo “Giuseppe Pagoto”. Tra le autorità intervenute il prefetto Leopoldo Falco, il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli e il sostituto procuratore della Procura di Trapani Anna Trinchillo.

Gli studenti hanno letto, e consegnato a Maximor Alex Bose e al cugino, l’Inno alla vita di Madre Teresa di Calcutta e una serie di pensieri e lettere indirizzate alle figlie di “Mamma Bose” mentre, dopo la commemorazione, hanno fatto volare 50 palloncini bianchi e azzurri come simbolo di speranza.

“Nelle prossime settimane  –  ha anticipato il sindaco  –  saranno organizzati percorsi di riflessione e confronto, rivolti agli studenti, sulla tutela e il rispetto dei fondamentali diritti delle donne straniere e di sensibilizzazione sui diritti violati di donne e minori vittime dello sfruttamento” (Testo e foto di Maria Emanuela Ingoglia)

18/12/14 – TVIO.it – “NO ALLA SCHIAVITU’ DEL SESSO” – SCOPERTA STAMATTINA UNA TARGA IN MEMORIA DI MAMMA BOSE E DI TUTTE LE VITTIME DELLE TRATTE

TARGA COMMEMORATIVA

“NO ALLA SCHIAVITU’ DEL SESSO” – SCOPERTA STAMATTINA UNA TARGA IN MEMORIA DI MAMMA BOSE E DI TUTTE LE VITTIME DELLE TRATTE

18/12/2014

Si è svolta stamattina presso il Lungomare Dante Alighieri, la manifestazione organizzata dal Comune di Erice in collaborazione con il coordinamento Anti-Tratta Favour e Loveth di Palermo, in memoria di Mamma Bose e di tutte le vittime delle tratte.

Alla manifestazione sono intervenute diverse autorità tra cui il Prefetto di Trapani Leopoldo Falco ed il Vescovo di Trapani Pietro Fragnelli. A fare gli onori di casa il Sindaco di Erice Giacomo Tranchida che insieme agli studenti delle scuole di Erice ed ai familiari di Uwadia Bose ha scoperto una targa in ricordo di “Mamma Bose e tutte le vittime della tratta”.

Come si ricorderà la mattina del 24 dicembre dello scorso anno, una donna venne rinvenuta cadavere nei pressi del cimitero di Custonaci dai titolari della piccola attività commerciale. Si trattava di Uwadia Bose, trentottenne cittadina nigeriana, che viveva stabilmente a Palermo con il compagno e madre di due gemelli di 4 anni. Mamma Bose di giorno svolgeva l’attività di parrucchiera, mentre, da alcuni mesi, la sera raggiungeva Trapani con i mezzi pubblici dove si prostituiva, fino all’alba per pagare il suo “debito”, una cifra da 40.000 ad 80.000 €, che costituiva il riscatto dalla schiavitù del sesso.

L’amministrazione comunale di Erice ha scelto un luogo simbolico per collocare una targa commemorativa e per gridare il proprio “no alla schiavitù del sesso”, frase riportata dagli studenti della Scuola Media ericina “Antonino De Stefano” nello striscione realizzato per l’occasione. Momenti di commozione quando alcuni studenti della stessa scuola, hanno letto alcune letterine scritte dagli stessi studenti per i figli di Mamma Bose, poi simbolicamente consegnate ai fratelli della donna scomparsa presenti alla manifestazione. Altro momento significativo la recitazione da parte degli studenti di una classe dell’Istituto Alberghiero Ignazio e Vincenzo Florio” di Erice dell’INNO ALLA VITA di Madre Teresa di Calcutta. Dopo la scopertura della targa, 50 palloncini bianchi e azzurri, come simbolo di speranza, sono stati liberati verso il cielo.

Il Sindaco Tranchida ha infine annunciato che nelle prossime settimane saranno attivate ulteriori iniziative con l’avviamento di percorsi di riflessione e confronto con gli studenti sulla tutela dei diritti fondamentali delle giovani donne straniere vittime di tratta per lo sfruttamento sessuale e di sensibilizzazione sui diritti violati delle donne e minori sottoposti a condizione di sfruttamento.

14/02/14 – REDATTORE SOCIALE.it – Palermo dà l’addio a Bose, giovane nigeriana vittima della tratta

LINK: Facebook19 Twitter Google+ Palermo dà l’addio a Bose, giovane nigeriana vittima della tratta

14/02/14

Il corpo della donna era stato trovato a Custonaci (Tp) la vigilia di Natale. Don Enzo Volpe del centro Santa Chiara, insieme ai comuni di Trapani e Palermo, è riuscito dopo due mesi a dare sepoltura alla giovane: “Quello di oggi vuole essere un saluto di speranza contro ogni forma di violenza”

PALERMO – Con grande compostezza e cantando le musiche del loro paese, oltre 50 nigeriani, uomini e donne, hanno percorso il lungo viale del cimitero dei Rotoli di Palermo che costeggia la montagna, per dare l’ultimo saluto a Bose Uwada di 39 anni, la giovane nigeriana che viveva a Palermo, vittima della tratta, trovata morta alle porte del cimitero di Custonaci, in provincia di Trapani, la vigilia dello scorso Natale. Questa mattina erano stati fissati i funerali nella chiesa di Santa Chiara ma, per alcuni ritardi addebitabili ad alcuni imprevisti avvenuti a Trapani, dove si trovava il corpo della donna, non si sono potuti svolgere.

Don Enzo Volpe del centro Santa Chiara, in collaborazione con i comuni di Trapani e Palermo si è preoccupato di portare avanti tutte le pratiche per riuscire oggi a dare finalmente una sepoltura alla donna. La bara è stata coperta da un telo africano donato da don Enzo Volpe. La salma una volta giunta a Palermo è riuscita a raggiungere il cimitero dei Rotoli dove verrà definitivamente tumulata lunedì prossimo. La comunità nigeriana, insieme al pastore valdese Vivien Wiwoloku e don Enzo Volpe hanno voluto lo stesso celebrare un momento di preghiera e di raccoglimento.

Bose aveva provato ad avere una vita nuova. Si faceva chiamare Jennifer nella zona del Policlinico di Palermo dove viveva. Le volevano bene tutti, le sue bambine gemelle erano seguite dal centro Santa Chiara. Nessuno sapeva della doppia vita. Per tutti era una casalinga con l’hobby della parrucchiera. Ma, inseguito alla sua morte, si è scoperto poi che, di sera prendeva il pullman e andava a Trapani, dove veniva costretta a vendere il suo corpo. All’alba tornava a casa dai suoi bambini e riprendeva una vita regolare.

“Tutto questo deve finire – dice commosso il pastore Vivine Wowuloku presidente dell’associazione il Pellegrino della Terra -. Perché ancora si deve perdere la vita in questo modo? Auguro a Bose di potere ritrovare adesso la pace che non è riuscita ad avere nella sua vita”. “Ringrazio tutte le forze che hanno reso possibile questo momento di saluto – aggiunge il pastore -. In particolare il mio pensiero va al Coordinamento antitratta e al comune di Palermo e Trapani. Questo deve essere un momento di riflessione soprattutto per tutte le ragazze che non hanno ancora lasciato la strada. Insieme dobbiamo aiutarle a scegliere un percorso diverso, riprendendo il coraggio di uscire dal tunnel senza essere ingannate dalle protettrici. Si stanno studiando anche le possibilità di creare delle forme di lavoro direttamente in Nigeria, cercando di sostenere quelle ragazze che attraverso un percorso di uscita e di formazione in Italia, vogliono cambiare vita”.

“Accogliamo Bose, restituendole la giusta dignità – dice don Enzo Volpe, direttore di Santa Chiara -. E’ possibile camminare insieme verso una mondo senza più violenza e dobbiamo spenderci per questo. Tocca a noi riprendere in mano la nostra vita cercando di viverla in pienezza. Quello di oggi vuole essere un saluto di speranza contro ogni forma di violenza che si annida nella nostra società”. “Oggi salutiamo Bose, una donna grintosa e combattiva – si legge pure in una nota affissa nel muro dell’ingresso del centro Santa Chiara – . Una donna che non si arrendeva mai a niente. Una donna che ha sfidato tutte le sfide in cui si è imbattuta. Aveva provato a rialzarsi ma non ci è riuscita. Le aveva provate tutte. Determinata in tutto anche quando ha portato avanti la sua gravidanza gemellare crescendo le figlie senza mai arrendersi”.

Sono almeno cinquecento le giovani nigeriane cadute nel giro della tratta a Palermo, alcune minorenni e altre che non superano in media i 25 anni. (set)

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06/02/12 – LIVESICILIA – La nigeriana trovata morta La rabbia della comunità: “C’è paura”

La nigeriana trovata morta La rabbia della comunità: “C’è paura”

06/02/12

di Irma Annaloro e Martina Miliani

Gridano: “Assassini”. Urlano: “Non è giusto, siamo donne e uomini come voi italiani, non siamo animali”. Chiedono giustizia. Vogliono risposte concrete ad un grande interrogativo. Cosa è successo quella notte tra sabato sera e domenica mattina alla ragazza nigeriana, Loveth Eward, trovata morta in via Filippo Juvara? Amici, conoscenti o semplicemente ragazze provenienti dalla Nigeria, che come lei hanno lasciato il loro paese alla ricerca di un pò di fortuna.

Una ragazza di ventidue anni, da poco più di un anno a Palermo, non aveva ancora dimestichezza con la lingua italiana. Una donna la riconosce dalla foto, sul luogo in cui è stata ritrovata domenica mattina: “E’ la ragazza che lavorava in una parruccheria, faceva le treccine”. Abitava in una casa in corso Vittorio Emanuele. Quei soldi che guadagnava le servivano per pagare l’affitto, mangiare e per aiutare la sua famiglia in Nigeria. Semplice, solare, buona e gentile con tutti. Così la descrive una ragazza nigeriana, una sua amica che nel momento dell’ultimo saluto alla ragazza scomparsa, scoppia in lacrime.

“Quello che mi fa più male è sapere che la persona che ha commesso quel gesto è in libertà mentre Loveth non ce la riporterà nessuno indietro – ci dice – Qui la conoscevamo tutti. Siamo tutte ragazze africane, sole e senza la famiglia. Quando arriviamo in un paese a noi sconosciuto, cerchiamo di conoscerci tutti per sentirci meno soli e per formare una grande famiglia. Ho visto Loveth sabato sera, ci siamo fermate a chiaccherare. Lei era serena, tranquilla come sempre. D’altronde non aveva mai avuto problemi con nessuno. Ma quel sabato non è più tornata a casa. Quella signora lì- indica una donna con lo sguardo fisso sulla foto di Loveth tra i fiori di chi le ha voluto portare un saluto per l’ultima volta – è la sua coinquilina, ma non vuole parlare con nessuno perchè “Loveth ormai non c’è più e non ha più senso dire qualcosa su di lei”.

La donna entra nella camera mortuaria. All’uscita racconta che Loveth non ha riportato nessun segno sul corpo. “Secondo me è stata strangolata, ma certamente non è morta di overdose”. Anche l’autopsia ha escluso la presenza di segni di violenza.

Adesso le donne che oggi pomeriggio hanno bloccato via Filippo Juvara, buttando per terra i cassonetti e interrompendo il regolare traffico, hanno paura. Si tratta della terza donna trovata morta in poco meno di un anno. Fino a due mesi fa il corpo di una ragazza rinvenuto a Misilmeri. Tra qualche giorno ricorre anche un anno dalla morte di un’altra ragazza uccisa senza un perchè.

5/09/2015 – Palermo, la rivolta delle ex prostitute: “Via dalla strada, ma il Comune ci aiuti”

Link: Palermo, la rivolta delle ex prostitute: “Via dalla strada, ma il Comune ci aiuti”

5/09/2015

Hanno deciso di costituire un gruppo che dia voce alla terribile tragedia vissuta da molte donne. Sono le ragazze di Benin City, il piccolo Stato della Nigeria, ex prostitute di Palermo, vittime della tratta, arrivate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. L’idea è quella di creare una rete sociale di sostegno che aiuti le ragazze, molte delle quali minorenni, a uscire da quella che è stata definita la schiavitù del XXI secolo. Da sole, però, non possono farcela. Hanno bisogno dell’aiuto delle istituzioni e per questo hanno incontrato l’assessore al Comune di Palermo, Agnese Ciulla che ha garantito loro la disponibilità nell’avviare un programma di sostegno economico e di inserimento sociale. Fatima e Vero hanno raccontato le loro storie segnate da una profonda sofferenza, ma non si sono arrese e oggi sono mamme e mogli felici, consapevoli che qualcosa si può e si deve fare per chi ha vissuto e continua a vivere sul ciglio di un marciapiede (di Paola Pottino e Giada Lo Porto)

4/11/14 – MERIDIONEWS – Business della prostituzione «A Palermo oltre 500 schiave»

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FOTO DI KYLLER COSTA GORGÔNIO

Link:Business della prostituzione «A Palermo oltre 500 schiave»

4 Novembre 2014

Di Maurizio Zoppi

 

Un fiume di denaro passa per le strade di Palermo. Un fiume in piena che attraversa la Favorita, le strade del Porto, il Foro Italico, sino ad arrivare in via Messina Marine. Mentre sull’isola i negozi falliscono investiti dalla implacabile crisi economica, mentre le fabbriche licenziano e chiudono i battenti, la fabbrica del sesso prospera e va a gonfie vele. In Sicilia, il suo fatturato annuale è da capogiro: 30 milioni di euro. Quasi 83mila euro al giorno. A Palermo la criminalità organizzata gestisce più dieci milioni di euro con una presenza di oltre 500 ragazze. Sono per lo più nigeriane e sono la forza lavoro delle nuove mafie che si sono radicate da quasi dieci anni nel nostro territorio, dopo avere occupato le strade delle grandi città del nord Italia e di mezza Europa. La tratta delle donne nigeriane presenta una filiera complessa: si comincia con il reclutamento, si prosegue con il finanziamento e l’organizzazione del viaggio, per finire con l’esercizio della prostituzione in forma coatta, di vera e propria schiavitù, sui marciapiedi delle città italiane.

L’investimento economico viene fatto dagli uomini, mentre la gestione delle ragazze è prettamente femminile. L’organizzazione imprenditoriale viene gestita da ex prostitute chiamate maman. Le nigeriane arrivano quasi tutte da Benin City, attraverso le carrette del mare o con documenti falsi in aereo, accompagnate dai loro padroni a cui devono pagare il prezzo della loro libertà. Spesso, come risulta dal rapporto dell’Unicri e dal ministero degli Esteri, alla Favorita, tra le nuove schiave reclutate ci sono diverse minorenni, ritenute più docili e più manovrabili dalle loro mamam. Lavorano giorno e notte nei viali che collegano Mondello con il centro città, o sul lungomare del Foro Italico, vendendo il loro corpo tutti i giorni dell’anno per pagare il loro debito e riscattarsi dalla schiavitù. Ci vogliono due o tre anni per pagare dai 30mila ai 100mila euro, talvolta anche di più.

Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non prendono un euro

Nel capoluogo siciliano per anni il fenomeno delle prostitute non è mai stato di particolare interesse. Bisognava leggere sui giornali la morte di due giovani prostitute nigeriane per far destare l’attenzione sul problema. La prima è Lowet Eward, morta nel dicembre del 2011 per mano di un cliente. Il corpo è stato ritrovato carbonizzato a Misilmeri, in provincia di Palermo. La seconda, Favour Nike Adekunle, è stata uccisa nel febbraio del 2012. Adekunle, 22 anni, stava per sposarsi; non stava più in strada. È stata trovata morta e seminuda, abbandonata tra i cassonetti dell’immondizia della città. Gli investigatori escludono che ci siano rapporti tra i nigeriani che sfruttano le donne e la mafia locale, che si limiterebbe a tollerare la loro presenza.

«Attualmente il panorama delle organizzazioni criminali che gestiscono l’industria del sesso a Palermo è variegato. Le più grosse sono certamente quelle dei nigeriani e dei romeni ma poi ci sono anche le organizzazioni cinesi, e del resto dell’Africa come tunisini, marocchini, etiopi, somali. Ma non mancano anche i trans sudamericani». Così spiega la questione Nino Rocca del coordinamento anti-tratta Favour e Loveth. Costituito da oltre 20 associazioni non solo non vuole dimenticare le due ragazze schiavizzate e morte sulla strada, ma intende lottare per liberare dalla schiavitù tutte le donne che subiscono la tratta, non solo nigeriana. Tra i gruppi più longevi che formano il coordinamento c’è anche l’associazione Pellegrino della terra che da 15 anni lotta per recuperare le ragazze dalla strada e offrire loro un’alternativa di vita.

Per lo più le ex prostitute sono restie a raccontare del loro passato. In qualche caso perché i loro attuali compagni sono ex clienti oppure perché hanno avviato una collaborazione con la procura. «Le ragazze sono delle operaie a costo zero sino a quando non hanno pagato il loro debito. Spesso la loro fortuna sono i clienti che riescono ad allontanarle dalla strada, dopo essersi innamorati – continua Rocca – Altre volte le donne cercano di cambiare vita ma dopo pochi mesi, a causa della mancanza di denaro, tornano a prostituirsi». Il costo medio di un rapporto è di circa 20 euro. «Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non

un rapporto è di circa 20 euro. «Di questi soldi, sino a quando non hanno saldato il loro debito, le ragazze non

prendono un euro».

«Rispetto a questa terribile realtà di nuove schiavitù e organizzazioni criminali che sotto gli occhi di tutti ci esibiscono senza alcuna remora la merce importata dall’Africa o dai paesi dell’Est, cosa fanno le autorità, la magistratura, gli organi di governo della città?», chiede l’attivista del coordinamento anti-tratta. «Questa è la domanda che ci dobbiamo porre per rispondere a un problema che non è soltanto un’offesa al pubblico decoro – conclude – ma un’offesa ai più elementari diritti umani violati con sfrontatezza e spregiudicatezza dalla criminalità organizzata».