Link: Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane
13/11/2002
Di Anais Ginori
Link: Nigeria, la città delle prostitute dove tornano le italiane
13/11/2002
Di Anais Ginori

Tratta, sit-in per la nigeriana che si è ribellata «Sono stanca, non voglio più fare questa vita»
CRONACA – Solidarietà per la 25enne che lunedì si è lanciata dal secondo piano del suo appartamento, all’Albergheria, per sfuggire alle violenze del compagno che ha minacciato di sfregiarla con una bottiglia di vetro perché lei non voleva più prostituirsi. Adesso è ricoverata al Civico, dov’è stata operata a un piede
«Sono stanca, non voglio più fare questa vita. Voglio dire di no e andare fino in fondo». È un rifiuto netto quello della 25enne che lunedì si è lanciata dal balcone di casa, all’Albergheria, per sfuggire alle violenze del compagno. Lui è Charles Omo, nigeriano come lei, che resta in attesa che il gip si pronunci sulla convalida del fermo. Le accuse sono pesantissime: sfruttamento della prostituzione, sequestro di persona, lesioni personali, minacce e lesioni. Lei, invece, rimane ricoverata al Civico, dove è già stata sottoposta a un intervento al piede. Pare che le ripetute percosse ricevute dall’uomo le abbiano procurato delle menomazione difficilmente guaribili. A raccogliere il suo sfogo oggi è stata Osas Egbon, presidente dell’associazione antitratta Donne di Benin City, che ha potuto incontrare la ragazza nel reparto di Ortopedia in cui si trova ricoverata, mentre all’ingresso della struttura, in segno di solidarietà, si sono riunite molte connazionali, membri dell’associazione, attivisti e cittadini.
«Abbiamo parlato per circa venti minuti – dice Osas – si è sfogata molto e ha raccontato la sua storia, quello che ha subito. Dall’arrivo a Palermo fino al gesto estremo». A spingerla sarebbero state le ripetute violenze del compagno, che oltre a piacchiarla brutalmente non solo al riparo delle mura domestiche ma anche in mezzo alla piazza di Ballarò, la costringeva con la forza a prostituirsi. Minacciata da una bottiglia di vetro, che le ha causato sfregi nel corpo e alle mani, la 25enne ha deciso di lanciarsi dal balcone per sfuggire all’ennesima aggressione. «Viveva in un appartamento al secondo piano, dal quale si è buttata finendo nel balcone dell’inquilina di sotto – spiega Osas -, per poi lanciarsi di nuovo e finire in strada». Un gesto, il suo, che lascia intuire lo stato di disperazione e impotenza in cui versava la giovane donna, adesso raggiunta anche dal figlio e dal marito che aveva lasciato in Africa e che ora si trovano in una comunità. «Adesso ha finalmente preso contatto con le donne dell’associazione, sa che non è più sola e che c’è una realtà sulla quale può contare», spiega anche l’attivista Nino Rocca, presente al sit-in solidale di questa mattina.
«Lei andrà fino in fondo e se la vicenda avrà una continuazione nell’aula di un tribunale, l’associazione chiederà di costituirsi parte civile – continua Rocca – La sua è una storia simbolica, va raccontata, soprattutto alle numerose connazionali che vivono situazioni tristemente simili». A sostenere la giovane ricoverata al Civico anche Bijou Nzirirane, la responsabile dell’ufficio immigrazione della Cgil: «La comunità nigeriana deve ribellarsi e avere il coraggio di essere pubblicamente vicina alla ragazza che ha subito questa violenza», commenta subito, e aggiunge: «Le donne devono imparare a denunciare subito la violenza che subiscono, in tutte le sue forme. Non bisogna aspettare di essere picchiate o trasformate in schiave di organizzazioni criminali. Bisogna vincere la paura al primo campanello d’allarme. Riprendiamoci la libertà di vestirci come vogliamo, di lasciare un compagno senza essere uccise, di avere un figlio senza essere licenziate – conclude – Riprendiamoci la libertà per costruire il nostro futuro».
17/08/2017
di CLAUDIA BRUNETTO
Nike è arrivata a Lampedusa credendo che ci sarebbero stati i suoi zii ad accoglierla. Invece ancora minorenne è finita in una comunità prima che la sua “maman” la ritrovasse e la mettesse nel giro della tratta. Anche Ruth ha fatto la stessa fine. A diciassette anni è fuggita dalla comunità che la ospitava dopo il suo arrivo a Palermo ed è finita a Rimini nel business del sesso a pagamento.
Sono tante le ragazze nigeriane, tantissime minorenni, che finiscono nel giro della tratta. Per loro è nato uno sportello di ascolto al teatro Montevergini, gestito da altre donne nigeriane che invece ce l’hanno fatta a uscire dal giro. Sono le dieci nigeriane dell’associazione “Donne di Benin City” che hanno deciso di mettersi in campo per cambiare le cose.
«Di noi si fidano – dicono le donne dell’associazione – riescono a raccontarci davvero il dramma che vivono perché veniamo dallo stesso mondo, dalla stessa cultura. Parliamo la stessa lingua. Se riuscissimo a lavorare anche noi nelle comunità che ospitano le ragazze nigeriane riusciremmo a salvarne tante».
Il giro è sempre lo stesso. Le ragazze vengono vendute alla maman, la loro sfruttatrice, ancora prima del loro arrivo in Sicilia. Sono vincolate a lei da un rito voodoo che non le permette di ribellarsi fino al pagamento di una certa cifra che rappresenta il riscatto per tornare libere. Lo sportello del teatro Montevergini è aperto il mercoledì mattina e sono già tante le ragazze che si sono rivolte all’associazione per chiedere aiuto.
«È un giro di affari enorme – dice Nino Rocca del comitato anti tratta – basta guardare i numeri degli arrivi delle ragazze. Dal 2013 a oggi si è moltiplicato. Allora arrivavano in 500 circa, nel 2016 in Sicilia sono approdate undicimila ragazze nigeriane. Bisogna interrompere questo giro, una strada è proprio quella di coinvolgere le donne ex vittime della tratta che conoscono bene questo dramma. Questa è certamente una carta vincente».
Un altro dato preoccupante è il numero della ragazze nigeriane che fuggono dalle comunità. Vengono raggiunte al telefono dalla maman che riesce a strappare loro un appuntamento e a mandare qualcuno a prenderle e, di fatto, rapirle. Così spariscono da un giorno all’altro dalle comunità.
Ecco perché si sta cercando di intensificare l’attività dello sportello anti tratta aprendo più volte alla settimana e cercando di far veicolare con ogni mezzo l’informazione il più possibile. «In questo ultimo periodo siamo riuscite a salvarne tante – dicono le donne dell’associazione – L’ultima aveva raggiunto Rimini per andare dalla maman e noi invece le abbiamo pagato il biglietto del pullman per tornare qui e denunciare tutto quello che stava accadendo. Ma ci vogliono valide alternative perché le ragazze si fidino. Prima di tutto un lavoro è una casa».
Link: Le donne di Benin City insieme contro la tratta Dalla strada al cucito nel centro di suor Anna
CRONACA – Vendute dalle famiglie per poche centinaia di euro e ignare del loro futuro, che le avrebbe portate a prostituirsi a Palermo. Sono in 15 a essersi ribellate e aver fondato un’associazione per dare un lavoro a chi vuole cambiare vita. Un progetto sposato da suor Anna Alonzo: «Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti».
Ribellarsi alla schiavitù della tratta costruendo un percorso che le renda economicamente autonome e libere. È l’obiettivo di 15 donne nigeriane che, sfidando i propri aguzzini, hanno trovato la forza per liberarsi dal giogo della violenza. Abbandonata la strada, hanno fondato un’associazione di volontariato, le Donne di Benin City Palermo che al momento conta 15 socie. Ma devono tutto a Vero, una ragazza nigeriana che, dopo essere sfuggita alla strada, decisa a cambiare vita, si è sposata con un siciliano e ora vuole realizzare un sogno: creare un lavoro per sé e per le altre ragazze che desiderano fuggire dal calvario dello sfruttamento della prostituzione.
Tutte, infatti, condividono lo stesso tremendo passato: dalla città di Benin City, capitale dello Stato di Edo nella Nigeria meridionale, sono state vendute dalla famiglie per poche centinaia di euro, ignare del loro futuro. Ribellarsi, tuttavia, è solo il primo passo. Molte di loro, infatti, sono disoccupate con figli nati proprio a Palermo. «Senza un lavoro e un futuro come possono averlo i nostri figli? – sbotta Vero -. Alcune di noi chiedono l’elemosina per strada, ma vogliamo essere autonome». Molte delle donne prima obbligate a prostituirsi ora fanno un po’ di tutto: realizzano lavori di sartoria con materiali di riuso ma anche catering, cucina etnica nigeriana e africana, danze e canti tradizionali e acconciature tipiche.
Ma le Donne di Benin City continuano ad avere bisogno di sostegno. La prima a credere in loro è stata Anna Alonzo, suora missionaria che da anni si occupa a Palermo di minori, senzatetto e donne sottratte alla tratta e che ha fondato nel rione Guadagna il centro Arcobaleno 3P. Più volte bersaglio di intimidazioniper il suo impegno – recentemente è stata anche picchiata e minacciata con un coltello – suor Anna ha sposato da subito il progetto, accogliendo nella struttura l’associazione. «Per ora devono imparare un mestiere, donarsi un futuro e fare informazione, per mostrare a chi ancora è in strada che esiste una via d’uscita», spiega. Tra i primi ad aiutare concretamente è stata anche Confartigianato che ha concesso gratuitamente un gazebo dal 6 all’8 gennaio a piazza Verdi per permettere all’associazione di farsi conoscere.
«Chi viene comprata a Benin City viene trattata alla stregua di una cosa – prosegue suor Anna – La Favorita è piena di minorenni che, senza alcuna tutela, vivono in prigione. Ma nessuno fa nulla». Le donne nigeriane prive di documenti di riconoscimento, infatti, sono spesso identificate ed espulse. Quando invece dovrebbero essere trattate come donne vittime del traffico di esseri umani secondo la legge sull’immigrazione. «Anche per questo motivo il gruppo nato a Palermo intende richiamare l’attenzione della politica». Anche perché ribellarsi equivale a morire e chi riesce non può contare sull’appoggio della famiglia, che spesso è al corrente del futuro a cui condanna le proprie figlie. «Quando torno nel mio Paese – racconta Vero – la gente mi domanda se ho paura, ma perché dovrei averne? Se mi lasciassi frenare dal timore di qualche vendetta, chi fermerebbe questo traffico? Non voglio – conclude – che nessun’altra provi ciò che ho subito sulla mia pelle».
Suor Anna ha promesso di trasformare una parte del centro in un laboratorio di cucito professionale e sempre Confartigianato ha assicurato microcrediti agevolati per l’acquisto di macchine. Ma non basta. Servono anche i fondi per l’acquisto dei materiali. La fondatrice del centro Arcobaleno, ad ogni modo, è fiduciosa. «Lavoro per strada con le prostitute e i senza fissa dimora e il mio numero ce l’hanno tutti – dice con tono di scusa, silenziando il telefono che squilla in continuazione – perché dà sicurezza alle persone che sono completamente disperate. Molti mi prendono per pazza ma io lavoro con le persone, quelle più povere. Sono scelte di vita – conclude – ed è l’unico modo per farlo veramente: del resto non mi interessa».