17/07/2017 – CORRIERE DELLA SERA – La tratta delle prostitute bambine nigeriane che arrivano in Italia sui barconi dei migranti

Link: La tratta delle prostitute bambine nigeriane che arrivano in Italia sui barconi dei migranti

Dalla Libia al litorale domizio al confine tra Lazio e Campania: costrette a prostituirsi per estinguere il debito del viaggio in Italia. «Si sta abbassando molto l’età delle nigeriane in strada. Le organizzazioni criminali vogliono ragazze sempre più giovani: sono più appetibili sul mercato del sesso»

17/07/2017

di Amalia de Simone

C’è una strada lunga circa 40 km dove l’umanità è sospesa. È una linea che separa la terra e il mare tra il Lazio e la Campania. Si chiama Domiziana e percorrendola si incontrano centinaia di ragazze prevalentemente nigeriane, costrette a prostituirsi. Molte di loro sono ragazzine minorenni.

Da mesi infatti, stanno arrivando in questa zona, contestualmente agli sbarchi dei migranti, tante piccole donne. Come B. che i suoi 14 anni li dimostra tutti. Esile, con un corpo che non è ancora quello di una donna, gli occhi grandi. L’ha notata un artista della fotografia, Giovanni Izzo che da mesi perlustra la Domiziana segnandosi i numeri delle ragazze che gli sembrano più piccole da segnalare agli operatori sociali. Con lei c’era un’altra ragazzina, forse anche più piccola, di cui abbiamo perso le tracce.

Tremava come una foglia ma ci mettiamo poco a convincerla a scappare dalla strada. Due operatori, di cui uno nigeriano, la hanno accompagnata lontano da Castelvolturno in una struttura dove tutt’ora vive. «Sono arrivata in Italia senza sapere nulla, mi hanno detto che dovevo pagare un debito e per questo dovevo prostituirmi. Ma io non volevo, non ero mai stata con un uomo. Io ho 14 anni. Così mi hanno fatto violentare da più persone, anche utilizzando degli oggetti. Stavo male, sanguinavo. Mi hanno curato sotto una doccia con il sale. Poi mi hanno messo sulla strada». Le loro storie sono sempre simili, vengono reclutate in Nigeria, nei villaggi (la regione più gettonata è quella di Benin City). La maggior parte è convinta di venire in Italia per trovare un lavoro legale o per studiare. Qualcun’altra invece viene ceduta dalla famiglia e sa di arrivare in Italia per doversi prostituire. Affrontano un viaggio terribile che le porta prima in Libia, dove spesso vengono ripetutamente violentate, e poi fatte salire dai trafficanti di esseri umani, sui barconi che le condurranno alle coste italiane.

Durante il viaggio contraggono un debito che va 35mila a 55mila euro, un debito che dovranno estinguere diventando schiave controllate a vista da una delle madame (donna membro della banda criminale, che a sua volta si è affrancata dalla schiavitù e che gestisce le baby prostitute ndr.). Come emerge, non solo dal racconto di B. ma anche da un’indagine che la scorsa settimana ha portato all’arresto di tre persone accusate di gestire un traffico di prostitute, quando le ragazzine sono vergini, vengono fatte violentare.

Nel caso dell’indagine della procura di Napoli e dei carabinieri di Grazzanise, le baby prostitute venivano portate da «un uomo bianco» che provvedeva a «risolvere il problema». «Si sta abbassando notevolmente l’età delle ragazze nigeriane in strada – Spiega Andrea Morniroli della cooperativa sociale Dedalus – Sicuramente è una scelta delle organizzazioni criminali che cercano di avere sempre più ragazze giovani perché sono più appetibili sul mercato del sesso.Molte di queste ragazze non arrivano più con le tratte a cui eravamo abituati ma arrivano quasi tutti mischiate e confuse nei flussi profughi richiedenti asilo, sono quelle cioè, che arrivano sui barconi».

Anche Sergio Serraino di Emergency Castelvolturno è convinto che ci sia una strategia da parte dei trafficanti che vanno a prendere le ragazzine nei villaggi e le fanno viaggiare sui barconi. «Sul litorale domizio vediamo tante bambine che subiscono violenza dalla mattina alla sera per estinguere loro debito – dice l’operatore sociale Agostino Trinchese – e sono vittime della loro stessa gente. Qui la mafia nigeriana è molto radicata e le organizzazioni muovono le ragazze liberamente». «Quando ci avviciniamo con i nostri camper difficilmente ci dicono la loro vera età. Aggiunge- Morniroli – Molte ragazze nascondono la loro età perché l’organizzazione così gli ha detto di fare in quanto la prostituzione minorile in Italia è reato».

Proprio come nel caso di A. Se la guardi capisci subito che è un’adolescente ma lei alla polizia ha detto che ha 23 anni. A noi, a Izzo e a Trinchese, dopo alcune ore confessa di avere 14 anni, quasi 15. Vive in una stanza che era la cantinola di una casa. Non c’è il bagno e c’è un materasso e sopra un pupazzo di peluches. «Sono arrivata a Lampedusa dalla Libia. Mi hanno reclutata nel mio villaggio a Benin city. La mia famiglia non se la passa bene e così ho deciso di partire. Durante il viaggio mi hanno fatto parlare con la madame che mi ha detto che avrei dovuto pagare 35 mila euro di debito per il viaggio. In Libia sono stata picchiata di continuo. In Italia mi hanno prelevato dal centro di accoglienza e portata a Castelvolturno. Qui mi hanno obbligato a prostituirmi. E’ stata una mia amica ad insegnarmi come si fa perché io non sapevo nulla. Mi hanno violentata tre volte e sono anche stata derubata. Finora non sono stata in grado di pagare nulla del mio debito e sono terrorizzata. Mi minacciano di continuo e io non so che fare». Anche A. viene via con noi ed ora è in una struttura che la accoglie. Ancora non dice tutta la verità e abbiamo l’impressione che abbia paura e che ci stia nascondendo qualcosa. Però è felice. Canta e balla di continuo, anche mentre va a sporgere denuncia contro chi le ha fatto del male.

01/12/16 – LIFEGATE – Schiavitù, ieri e oggi. Una parola antica, un’omertà moderna

01/12/16
Di Stefani Carnazzi
Da 20 a 45 milioni di persone sono gli schiavi moderni, nel mondo. In catene bambini, donne, migranti, in tutti i continenti. Pare che il giro d’affari della schiavitù globale sia ancora miliardario, anche se le stime sono offuscate dall’omertà, dall’ignoranza, dalla povertà, dall’arretratezza dei sistemi giuridici, dalla pochezza dei mezzi di tracciabilità.

La schiavitù oggi

Al mondo, su mille persone, tre sono schiave. Dai 20 ai 45 milioni di persone a seconda delle (tristi) stime. I tre quinti di sesso femminile, i due quinti maschi. Oltre un quarto sono minori: in tutto il mondo da 6 a 10 milioni di bambine e bambini sono costretti ai lavori forzati, vittime dei traffici sessuali o segregati come sguatteri.

L’International Labour Organization stima che i lavori forzati generino proventi illeciti per 150 miliardi di dollari l’anno: è la seconda fonte di profitto della criminalità organizzata, dopo le droghe.

Esistono lavori forzati, tratta di minori e di donne, schiavitù domestica, prostituzione forzata, schiavitù sessuale, matrimoni forzati, vendita delle mogli, reclutamento di bambini in guerra.

È passato un secolo e mezzo da quando Abraham Lincoln ha abolito la schiavitù, ufficialmente. Quasi settant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che la vieta. Ma ancora oggi sono tantissimi i lavoratori sfruttati sull’orlo della schiavitù e il confine tra questa e i lavori più infami e degradanti è labile, a seconda delle coordinate geografiche e culturali.

La schiavitù moderna, il Global Slavery Index, la schiavitù in Italia

Si possono far rientrare nella definizione di schiavitù oggi i lavori forzati, le prestazioni professionali svolte non volontariamente o dietro compenso bensì sotto minacce o costrizioni fisiche. Rientrano in questo nero novero anche la prostituzione, la tratta di umani, lo schiavismo sessuale.

Non si considerano – secondo l’Ilo – forme di schiavitù, invece, i lavori sottopagati o svolti in condizioni ambientali inadeguate, e non si include nel conteggio qualsiasi fenomeno di costrizione, come l’adozione o il matrimonio forzati o il traffico di organi.

Le Nazioni Unite definiscono così il traffico di esseri umani:

Il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite la minaccia o l’uso della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di danaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento.

Dunque, nella definizione dell’Unodc, oltre allo sfruttamento sessuale, diretto o a scopo commerciale, altre destinazioni del traffico di esseri umani sono il lavoro forzato, l’espianto di organi per il mercato nero e la schiavitù in senso stretto.

Una stima più allargata che invece include le altre forme di schiavitù moderna è stata proposta dalla Walk Free Foundationche da quattro anni stila il Global Slavery Index – meritoriamente sostenuto da opinion leader e personaggi pubblici come Bill Gates, Bono Vox, Richard Branson, Hillary Clinton, Muhammad Yunus, Gordon Brown, Tony Blair e molti altri.

Secondo il calcolo più onnicomprensivo, gli schiavi nel mondo oggi sono 45,8 milioni

In cifre assolute, il 58 per cento delle persone schiave al mondo vivono tutte in 5 Paesi: India, Cina, Pakistan, Bangladesh, Uzbekistan. In termini percentuali, pare che il 4,4% della popolazione della Corea del Nord possa considerarsi in schiavitù. Anche in Mauritania si sta male. Ma incredibilmente nessuno dei 167 Paesi considerati dall’indice ne è completamente privo. C’è persino l’Italia, al 141° posto al mondo, dove si troverebbero 129.600 persone in stato di schiavitù. In tutta Europa 1,2 milioni di persone possono considerarsi schiave (Turchia e Macedonia hanno lo 0,6% della popolazione in condizione di schiavitù). I conflitti in Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen e Libia esacerbano il problema, con il flusso di migranti e di rifugiati.

I continenti più problematici rimangono Asia e Africa. Ci sono sacche di schiavitù in Sudamerica, nei Balcani e nell’Est europeo. Nel subcontinente indiano, comunque, il governo sta mettendo in atto misure speciali per contrastare le diverse forme di schiavitù: ha recentemente rivisto il codice penale e ha rinforzato le unità di polizia contro il traffico di umani.

La schiavitù sessuale, prostituzione e tratta di donne

L’Ilo ha stimato in 12 milioni e 300 mila le persone sottoposte a sfruttamento sessuale per un volume complessivo d’affari sporchi di 32 miliardi di dollari all’anno.

La linea di demarcazione tra prostituzione forzata e volontaria è molto labile, ed è vista da molti come una pratica abusiva nonché una violenza stessa contro le donne. La tratta a sfondo sessuale implica l'induzione di migranti in atti sessuali come condizione stretta e necessaria per effettuare il viaggio, sfruttando la coercizione, la minaccia e l'usura intervenuta mediante i debiti.

Prezzate, vendute, esportate, barattate, umiliate, le vittime finiscono nelle mani dei loro sfruttatori finali. La tratta a scopo di sfruttamento sessuale è diffusa in tutto il mondo.

Pare che lo scenario economico di crisi diffusa abbia favorito un aumento del business mondiale dello sfruttamento schiavistico in mano a organizzazioni illegali. Come i negrieri dell’antichità, grandi gruppi criminali spesso transnazionali reclutano e catturano le donne con la forza, la minaccia o l’inganno, ma anche con mezzi più subdoli, approfittando della condizione di povertà in cui si trovano loro o le loro famiglie.

In Italia la prostituzione ha un giro d’affari di circa 90 milioni di euro al mese e martirizza 100mila giovani donne vittime di tratta, prostituzione coatta e violenza. In Italia si stima che siano tra 75mila e 120mila le vittime della prostituzione. Il 65% è in strada, il 37% è minorenne, tra i 13 e i 17 anni. Provengono da Nigeria (36%), Romania (22%), Albania (10,5%), Bulgaria (9%), Moldavia (7%), le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est. I clienti sono 9 milioni, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese.

La schiavitù in agricoltura

Solo dalla schiavitù in agricoltura, secondo le stime Ilo, si generano 9 miliardi di dollari di proventi annui per gli sfruttatori.

Il settore agricolo, forestale e della pesca impiega globalmente circa 1,3 miliardi di lavoratori, ovvero la metà della forza lavoro del mondo. In questo numero, è stimabile che 3,5 milioni di persone lavorino in condizioni di schiavitù: in molti Paesi infatti il lavoro agricolo è poco regolato e la protezione legale dei lavoratori è molto debole o del tutto assente.

Campi agricoli in Italia nel 2009

Quindi, dietro al cibo che ci arriva in tavola possono esserci le mani fiaccate di lavoratori stagionali che operano in condizioni fuori da ogni regola, da ogni dignità umana. Amnesty International ha appena diramato un rapporto secondo cui dietro le mega produzioni di olio di palma c’è lavoro minorile, perfino se etichettato come “sostenibile”.

Questo fenomeno non riguarda solo aree disagiate e Paesi poveri. Ciò che accade nello stato del Michigan, il più grande produttore di mirtilli degli Stati Uniti, è che bambini perlopiù immigrati dal Messico vengono sfruttati nei campi per raccogliere i frutti perché hanno mani piccole, più adatte a raccogliere le piccole bacche. Sempre in Usa ha fatto scalpore il documentario Food Chains, diretto da Sanjay Rawal e con la voce narrante di Forest Whitaker, che illustra la situazione dei braccianti agricoli in Florida. I raccoglitori di pomodori vivono una condizione di moderna schiavitù: devono lavorare su turni di dieci ore per una paga che si aggira intorno ai 40 dollari alla settimana. I ritmi veloci dei movimenti del film non sono un effetto speciale, bensì il vero modo di lavorare di queste persone che raccolgono 480 chili di pomodori al giorno e vivono “come animali in baracche anguste”, come dice uno dei lavoratori nel film.

In Italia è scoppiato nel 2010 il caso di Rosarno, in Calabria: migranti impiegati nella raccolta degli agrumi vivevano in acre condizioni di sfruttamento, costretti ad abitare in contesti degradanti, senza alcuna tutele igienica. Amnesty International Italia ha stilato una ricerca, “Lavoro sfruttato due anni dopo”, facendo il punto sulla situazione dei lavoratori migranti impiegati come braccianti e rivelando paghe al di sotto del salario minimo contrattato fra imprese e sindacati, pagamenti ritardati o mancati pagamenti e lunghi orari di lavoro. Andrea Segre ha appena presentato il film-documentario “Il Sangue Verde”: sette voci, sette storie raccontate dai braccianti africani che hanno vissuto gli scontri di Rosarno del 2010, contro lo sfruttamento e la discriminazione.

I bambini soldato

Un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. Non chiede paghe, si fa indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affronta il pericolo con maggior incoscienza, attraversa campi minati o si intrufola come una spia nei territori nemici.

Così, oggi sono più di 300.000 i minori di 18 anni attualmente impegnati in conflitti nel mondo. Centinaia di migliaia di bambini soldato hanno combattuto nell’ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche di 10 anni.

Alcuni sono regolarmente reclutati negli eserciti dei loro Paesi, altri fanno parte di armate irregolari di opposizione ai governi. In entrambi i casi vivono una vita che non è da bambini. Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e probabilmente costrette a stuprie a prevaricazioni sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino un quarto delle forze d’opposizione armata.

Si dice che alcuni ragazzi aderiscono come volontari. In questo caso le cause possono essere diverse: per lo più c’è di mezzo la fame, il bisogno di protezione, il sostrato della vendetta. Nella Repubblica Democratica del Congo, per esempio, nel ’97 da 4.000 a 5.000 adolescenti aderirono all’invito di arruolarsi fatto attraverso la radio (erano per la maggior parte “ragazzi della strada”). Un altro motivo può essere dato da una certa cultura della violenza o dal desiderio di vendicare atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità. Una ricerca condotta dall’ufficio dei Quaccheri di Ginevra mostra come la maggioranza dei ragazzi che va volontario nelle truppe di opposizione lo fa come risultato di una esperienza di violenze subite personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative.

Il problema dei bambini soldato è più grave in Africa (il rapporto presentato nell’aprile scorso a Maputo parla di 120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia.

Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come “portatori” di munizioni, vettovaglie, insomma con ruoli di supporto, anche se la loro vita non è meno dura o a rischio degli altri.

La schiavitù nella storia

Il lavoro forzato era diffuso nelle civiltà più antiche e a ogni latitudine. È emblematica la storia di Spartaco, gladiatore romano di origini tracie che nell’Impero del 73 a.C. guidò una rivolta di schiavi che tenne testa alle legioni per oltre un anno, prima di essere soffocata nel sangue: furono 6mila i ribelli crocifissi sulla strada tra Capua e Roma.

La civiltà cristiana, quella giudaica, greca, romana e persiana praticavano tutte la schiavitù. La schiavitù era consueta nel momento in cui è nato l’Islam e il diritto islamico, proibendo di rendere schiavi dei musulmani, ha favorito una tratta di schiavi non musulmani durata oltre mille anni.

Il cristianesimo, ampiamente diffuso tra gli schiavi dell’impero romano, nei suoi primi tre secoli di vita non ha controllato alcun governo, però non pare che abbia influito più di tanto sull’economia della schiavitù dato che poco è cambiato quando arrivò al potere. La schiavitù è esistita nella parte orientale dell’impero romano, a Bisanzio, fino alla presa dei turchi nel 1452.

La schiavitù era invece scomparsa nell’anno mille nell’occidente cristiano, sostituita però dal sistema feudale in cui le persone più modeste erano ridotte in stato di servitù. E appena è riapparsa una vera e propria domanda di schiavi, con la colonizzazione delle Americhe nel Cinquecento, gli europei hanno cominciato ad acquistare schiavi dall’Africa, come gli imperi islamici di Medio Oriente e India avevano continuato a fare.

Gli schiavisti musulmani catturavano generalmente più donne che uomini, poiché esisteva una maggiore domanda di schiave sessuali donne (concubine o simili) che di schiavi guerrieri uomini, mentre praticamente non esisteva domanda di lavoratori agricoli. Gli schiavisti europei sequestravano due o tre maschi africani per ogni donna, poiché quel che interessava loro era la forza lavoro per l’agricoltura commerciale.

La storia dei prodotti coloniali, zucchero, cacao, caffè, è resa amara dallo stridore delle catene di milioni di esseri umani deportati come schiavi dall’Africa alle Americhe. Tra il XVI e il XIX secolo, gli africani sbarcati oltre Atlantico furono circa 12 milioni. Le cose non andavano meglio in Oriente e nella stessa Africa, furono 17 milioni gli africani resi schiavi nell’Impero Ottomano e circa 14 milioni quelli da parte di altri africani.

Dal XVII secolo si passò alla colonizzazione vera e propria. La base economica del nuovo mondo divenne la piantagione schiavista, soprattutto quella di canna da zucchero: i due terzi degli schiavi deportati dall’Africa alle Americhe finì lì. Lo zucchero di canna veniva già prodotto nel Mediterraneo dagli arabi fin dal medioevo, con impiego di forza lavoro di matrice più o meno schiavistica. Ora le piantagioni vennero stabilite nelle isole dell’Atlantico e poi ai Caraibi. Insieme alla canna da zucchero si diffusero anche caffè e cacao, le piantagioni e la tratta negriera si espandevano man mano che questi nuovi prodotti diventavano di moda nei salotti d’Europa. Le principali nazioni negriere erano Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e Stati Uniti. Il sistema schiavista era la norma anche in Oriente, dove la coltivazione più diffusa era delle spezie. In Indonesia, olandesi e portoghesi si contendevano il controllo del commercio di noce moscata, cannella e chiodi di garofano. Turchi e arabi dominavano l’isola di Zanzibar, specializzata nei chiodi di garofano. Nel mondo musulmano gli schiavi erano impiegati anche nelle oasi del Sahara e del Medio Oriente, per la produzione di datteri e cereali.

L’abolizione della schiavitù occidentale

fine Settecento prese vita un movimento d’opinione internazionale per la sua abolizione, il cui nucleo originario era tra i fedeli evangelici inglesi e nordamericani. Primo vero movimento politico di massa dell’epoca moderna, gli abolizionisti coinvolsero in modo trasversale la popolazione. Abili nella comunicazione, una loro efficace campagna fu il boicottaggio dello zucchero delle colonie al grido di “lo zucchero si fa col sangue”. La prima vittoria fu l’abolizione della tratta da parte della Gran Bretagna nel 1807. A dire il vero i primi ad abolirla erano stati i danesi nel 1792, ma i britannici decisero di estendere il divieto a tutto il mondo e di farlo rispettare, per cui misero in mare una flotta che dava la caccia ai vascelli negrieri. Gli schiavi liberati venivano portati a Free Town, capitale della Sierra Leone, fondata proprio per accogliere gli ex deportati.

Il cammino verso la libertà è stato pieno di paradossi. Per esempio, gli schiavi neri americani vennero sostituiti prima con forzati cinesi e indiani, poi con immigrati europei poveri, che magari si trovarono a vivere in condizioni ancora peggiori.

A fine Ottocento la schiavitù era ancora diffusa nei regni africani e arabi e persisteva anche nell’Impero Ottomano. Il suo sradicamento fu uno dei pretesti che le potenze europee utilizzarono per avviare la conquista coloniale di Africa e Medio Oriente.

Nell’Ottocento in America gli schiavi cominciarono a ribellarsi. Alcuni Stati settentrionali la proibirono, così molti cercarono di fuggire dove la schiavitù era stata ormai abolita. L’attrito tra gli Stati settentrionali e quelli meridionali innescò la Guerra di secessione americana. Con la vittoria degli Stati dell’Unione, contrari, la schiavitù venne abolita in tutti gli Stati Uniti d’America, con la Dichiarazione di emancipazione che venne pronunciata dal presidente Abraham Lincoln l’1 gennaio 1863. Il tredicesimo emendamento della Costituzione americana è entrato in vigore il 18 dicembre 1865. (Un anno dopo, sarà fondato il Ku-Klux Klan).

“Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”. Sono le parole contenute nel quarto articolo della Dichiarazione universale dei diritti umaniil documento sui diritti individuali che per la prima volta si rivolse a tutte le persone del mondo, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948, la cui stesura avvenne sotto l’egida dalle Nazioni Unite. Esempi di cronaca continuano a dimostrarci che queste parole vengono ignorate quotidianamente in quasi tutto il mondo. E non sempre vogliamo saperlo.

21/11/16 – INTERNAZIONALE – Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

Seduto sul pavimento circondato da fiale, ossa di animali e lenzuola macchiate di sangue rosso cremisi, lo sciamano Olor Elemian descrive il modo in cui spaventa le ragazze inducendole all’obbedienza con pozioni e incantesimi noti con il nome di juju.

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

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Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato da Thomson Reuters foundation.

08/11/16 – REPUBBLICA – Il viaggio, il rito voodoo, il marciapiede: giovane nigeriana fa arrestare i suoi aguzzini

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08/11/16

La ragazza era sbarcata in ottobre a Pozzallo e poi è stata trasferita a Padova. Da lì l’organizzazione criminale l’ha riportata in Sicilia costringendola a prostituirsi per pagare i trafficanti di esseri umani. Ma con una telefonata ha fatto finire tre connazionali in manette

di FRANCESCO PATANE’

Ha prima sconfitto il mare, in una delle tante pericolose traversate del canale di Sicilia a bordo di un gommone stracolmo di migranti. E una volta sbarcata in Italia ha sconfitto i suoi aguzzini che volevano farla prostituire sotto la minaccia di riti voodoo. Una giovanissima nigeriana, appena maggiorenne, ha vinto il terrore e il condizionamento psicologico di questo tipo di stregonerie e ha denunciato l’incubo che stava vivendo da 15 giorni. Il coraggio della giovane migrante ha consentito agli uomini della squadra mobile di Palermo di arrestare i suoi aguzzini, tre nigeriani appartenenti ad una delle spietate organizzazioni internazionali che si occupano di traffico di esseri umani.

Gli agenti della sezione immigrazione della squadra mobile due giorni fa hanno arrestato due donne, Juliet Matthew, 27 anni e Precius Matthew, 28 anni, e un uomo, Daniel Eguavon, 26 anni, tutti accusati a vario titolo di sequestro di persona  e induzione alla prostituzione. Con l’ausilio di personale della squadra mobile di Trapani e del commissariato di Castelvetrano, gli uomini diretti da Rodolfo Ruperti hanno posto fine all’incubo vissuto dalla giovane, fuggita dalla miseria del suo paese per cercare un futuro migliore per sé e per il figlio.

Dopo essere stata liberata la vittima ha raccontato alla polizia la sua odissea iniziata tre mesi fa quando in Nigeria si è rivolta  ad alcuni connazionali che le avevano presentato un uomo, il quale avrebbe provveduto ad organizzarle il viaggio per l’Italia. Da qui il calvario: per assicurarsi il prezzo del viaggio, di circa 30.000 euro, l’uomo non avrebbe esitato a sottoporre la giovane donna, ad un inquietante rito voodoo, terrorizzandola sulle nefaste conseguenze alle quali sarebbe andata incontro se non avesse corrisposto quanto pattuito. Successivamente la donna è stata trasportata in auto a Benin City ed affidata ad altri soggetti per proseguire il viaggio, di circa un mese, attraverso il deserto del Niger. Da qui ha raggiunto la Libia, per poi a bordo di un barcone, intraprendere un pericoloso viaggio in mare, approdando sulle coste siciliane, a Pozzallo, lo scorso 24 ottobre. Dopo l’identificazione  la donna è stata accompagnata dalle autorità italiane in una struttura di accoglienza di Padova.

Pochi giorni dopo è stata contattata nel capoluogo veneto dai referenti dell’organizzazione nigeriana in Italia, i quali l’hanno prelevata da Padova e riportata in Sicilia, questa volta a Castelvetrano nel trapanese, dove ad attenderla c’era Precius Matthew, figlia dell’uomo che nel suo paese l’aveva sottoposta al rito vodoo. Quest’ultima con la complicità della sorella Juliet e di Daniel Eguavon ha messo la donna davanti alla cruda realtà: per onorare il debito di 30.000 euro si sarebbe dovuta prostituire.

Il viaggio, il rito voodoo, il marciapiede: giovane nigeriana fa arrestare i suoi aguzzini

Gli oggetti sequestrati dalla polizia

 

Ma la giovane nigeriana, pur terrorizzata dal rito voodoo subito, ha avuto la forza di reagire e durante la sua prigionia è riuscita a contattare con un cellulare sfuggito ai controlli dei suoi aguzzini, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) che ha allertato la questura di Palermo. La polizia è  riuscita ad individuare il luogo di prigionia della ragazza, un appartamento alla periferia di Castelvetrano grazie alla localizzazione del cellulare e alle indicazioni fornite al telefono dalla ragazza sul panorama che vedeva dalla sua prigione. Quando gli agenti

hanno fatto irruzione, hanno trovato la giovane nigeriana segregata in una stanza senza cibo e acqua da più di un giorno.

All’interno dell’appartamento sono stati ritrovati quattro telefoni cellulari, alcune scatole di profilattici e cinque feticci di varie forme (un corno, un lucchetto, un oggetto di legno con materiale pilifero, una bustina contenente peli verosimilmente di pube  e un osso di noce di cola) tutti utilizzati per i riti voodoo.

24/10/2016 – ACTIONAID – La schiavitù ha solo cambiato pelle ed è diventata “moderna”: 7 cose da sapere

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24/10/2016

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavisaranno proibite sotto qualsiasi forma. Eppure, nonostante quanto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, la schiavitù è ben lontana dall’essere debellata. Ha solo cambiato pelle. Tanto che si parla di schiavitù moderna.

  1. La schiavitù non è qualcosa che riguarda solo il passato. È una pratica che ha radici profonde. Esiste ancora oggi in molte forme diverse: tra ico di esseri umani, sfruttamento del lavoro per debiti, sfruttamento dei bambini, sfruttamento sessuale e lavori domestici forzati sono solo alcune. Una più grave e disumana dell’altra.
  2. Ci sono più persone in stato di schiavitù oggi che in qualsiasi altro momento della storia. Oltre 21 milioni di bambini, donne e uomini sono in condizione di schiavitù, in pratica tre persone ogni mille in tutto il mondo. Se vivessero in una sola città, sarebbe una delle più grandi megalopoli del nostro pianeta.
  3. La schiavitù moderna riguarda tutti i Paesi del mondo. Così divisi: 11 milioni e 770mila in Asia Meridionale e Asia Pacifica; tre milioni e 700mila in Africa; un milione e 800mila in America Latina; un milione e 600mila in Asia centrale, nel sud-est asiatico e nell’Europa dell’est; un milione e 500mila nell’America del Nord e nell’Unione Europea; 600mila in Medio Oriente.
  4. La maggior parte dei moderni schiavi lavora in settori come agricoltura, pesca, artigianato, estrazione mineraria, servizi e lavori domestici: si tratta del 68 per cento del totale, più di 14 milioni di persone. Le vittime dello sfruttamento sessuale sono circa quattro milioni e mezzo, pari al 22 per cento del totale. Il resto, quindi circa due milioni e 200mila persone, subiscono forme di sfruttamento del lavoro imposte dagli Stati (come le prigioni), da eserciti regolari o da eserciti armati ribelli.
  5. La schiavitù moderna è un enorme business. Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la schiavitù moderna genera profitti annuali per oltre 150 miliardi di dollari americani. Quanto i profitti combinati delle quattro aziende più redditizie del mondo.
  6. I profitti derivanti dalla schiavitù moderna sono molto, molto più alti nei Paesi industrializzati che in ogni altra parte del mondo: 51 miliardi e 800milioni di dollari americani all’anno in Asia e nei Paesi del Pacifico, e quasi 47 miliardi di dollari americani all’anno in Nord America e nell’Unione Europea.
  7. La schiavitù moderna ha delle conseguenze per tutti. Non solo per coloro che ne sono direttamente coinvolti. Le conseguenze dello sfruttamento del lavoro comprendono abbassamento dei salari, riduzione del gettito fiscale, impiego di risorse economiche per sostenere le ingenti spese legali per perseguire le moderne forme di schiavitù.

Anche se non sempre ce ne accorgiamo, la schiavitù è intorno a noi. È ancora intorno a noi.

Dati: 50forfreedom.org

18/10/16 – LIVESICILIA – I peli del pube per i riti voodoo Costrette a prostituirsi: due fermi

Link:I peli del pube per i riti voodoo Costrette a prostituirsi: due fermi

18/10/16

di Riccardo Lo Verso

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PALERMO – Prelevata in un centro di accoglienza e costretta a prostituirsi con lo spettro della magia voodoo. La tragica sorte toccata a una giovane nigeriana è stata ricostruita dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo. La Procura ha disposto il fermo di due connazionali, Peter O Egwuy e Osas Edos. Il primo è stato bloccato ad Agrigento, il secondo ad Alessandria. Sono accusati di tratta di essere umani, sfruttamento dell’immigrazione clandestina e della prostituzione.Nei mesi scorsi le indagini coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi, l’aggiunto Maurizio Scalia e i sostituti Calogero Ferrara e Annamaria Picozziavevano ricostruito che molte ragazze ragazze nigeriane vengono reclutate nei villaggi e convinte a salire sui barconi della speranza con la promessa di un lavoro in Europa. Una volta giunte in Italia trovano chi le obbliga a prostituirsi. Il piano criminale non potrebbe funzionare senza l’assoggettamento psicologico che passa attraverso i riti voodoo e l’utilizzo di droghe per rendere psicologicamente più fragili le vittime. Le donne vengono condotte in un luogo considerato sacro, dinanzi a un santone. Per le cerimonie utilizzano peli, capelli e indumenti intimi delle donne. Osaro John, la maman della banda, intercettata dai finanzieri, raccontava che “… quello che mi fa ringraziare Dio è che di questa ho le sue mutande e i capelli da mia madre. Quando è arrivata qui le ho preso quelli dalla vagina e dalle ascelle; quelli sono con me… Se io vedo che non mi pagheranno li porterò da quell’uomo per fare schifezza”.

Poi, è arrivato il racconto di una delle vittime. Trent’anni e il destino segnato da un numero di telefono. Si sale su un barcone con l’illusione che quei numeri scritti su un biglietto siano la combinazione per iniziare una nuova vita. Ed invece servono solo ad aprire le porte dei bordelli di Palermo, Reggio Calabria e Napoli. Il numero che le era stato consegnato prima della partenza era quello di Osaro John, la donna che avviava le ragazze alla prostituzione. La giovane nigeriana, sbarcata a Lampedusa nel 2015, era stata ospitata in un centro di accoglienza di Siculiana, da cui “è stata prelevata” e condotta prima a Catania e poi nell’abitazione della Osaro a Reggio Calabria. Ad occuparsene sarebbero stati i due fermati di oggi. La vittima li ha riconosciuti nelle fotografie postate su Facebook. Sono loro, ha detto ai finanzieri della Tributaria, coordinati dal colonnello Francesco Mazzotta.

05/06/16 – INTERNAZIONALE – Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi

Link:Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi

05/06/2016

di , scrittrice

Il monumento dei quattro mori, a Livorno. (De Agostini/R. Carnovalini, Getty Images)

Al centro di piazza Micheli, nei pressi del porto di Livorno c’è un monumento chiamato dei quattro mori.

In origine i quattro mori, ovvero quattro schiavi di religione musulmana, non erano presenti nel complesso monumentale. C’era solo Ferdinando I. La statua, tutta in marmo bianco, venne commissionata nel 1595 a Giovanni Baldini. Lo scopo era naturalmente quello di glorificare il granducato di Toscana. Era stato proprio Ferdinando a dare lustro a Livorno (pur non essendone lui il fondatore) facendola diventare un porto tra i più influenti del Mediterraneo e una piazza tra le più rinomate contro i pirati barbareschi. Ferdinando, come gran maestro dell’ordine di Santo Stefano, non solo aveva fermato i corsari, ma aveva dato al cristianesimo una pirateria altrettanto capace e crudele. Gli stefaneschi (e non solo loro) non erano secondi a nessuno nel saccheggio, nello stupro e nel far schiavi.

Per molto tempo la statua bianca del granduca restò ai margini della città. E fu letteralmente dimenticata. Ma un certo punto si decise di intervenire, perché era di vitale importanza per il granducato chiarire ai cittadini e ai visitatori il potere di Ferdinando e di Livorno stessa. Per questo nel 1621 fu commissionata un’aggiunta a un altro scultore, Pietro Tacca. Quattro schiavi “mori” incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare.

I quattro uomini sono tutti di rara bellezza. Solo di due si sa il nome: un vecchio turco dal viso segnato chiamato Alì e un giovane africano di nome Morgiano, che lo scultore aveva studiato dal vivo nel famoso bagno della città, una fortezza dove gli schiavi sono stati imprigionati per secoli.

Nessuno pensa mai a Trapani, Messina, Napoli, Venezia, Livorno o Roma come luoghi di schiavitù

Guardandoli, guardando soprattutto Morgiano, si nota quanto il suo viso somigli ai tanti Morgiano che oggi, nel 2016, lavorano come braccianti agricoli sottopagati in Puglia, in Sicilia, in Piemonte. Uomini che lavorano tra le dodici e quattordici ore al giorno per cifre irrisorie.

Morgiano, un uomo del 1600, ha gli stessi occhi dei vari Mamadou, Pape, Ramadi che per pochi spiccioli raccolgono le mele, i pomodori, le carote, i ravanelli destinati al nostro mercato ortofrutticolo sempre più affamato di braccia. Un mercato che vuole produrre tutto l’anno, vuole le fragole a gennaio, ma non è disposto a sborsare un euro in più per avere quello che si è prefissato. Una nuova schiavitù che spesso viene quasi considerata un male necessario. Ed ecco che più di cinquemila donne rumene nel ragusano non solo sono sfruttate fisicamente nei campi, ma lo sono anche sessualmente da caporali e padroni. Per questo sindacalisti come Yvan Sagnet denunciano la situazione e si mettono a capo di proteste difficili che costano fatica e costanti minacce. Ed è stato proprio Sagnet a ricordare al festival èStoria 2016, dedicato al tema della schiavitù, che “secondo il rapporto Agromafie e caporalato, prodotto dalla Flai Cgil nel 2015, sono circa quattrocentomila i lavoratori italiani e stranieri vittime del fenomeno del caporalato nel nostro paese”.

La schiavitù in Italia è una realtà nel 2016. Per fortuna ci sono tante persone come Yvan Sagnet che cercano di rompere il muro di omertà che circonda il fenomeno. Basti citare la recente protesta dei circa duemila braccianti indiani sikh dell’agro pontino che hanno incrociato le braccia e sono scesi in piazza a Latina, grazie a un’iniziativa della Flai Cgil, che legava il loro sciopero a quello di altri lavoratori del settore. La protesta è nata per rivendicare non solo salari più equi, ma anche per vedere affermata la loro la dignità di esseri umani.

Rimuovere il passato per occultare il presente

Spesso i luoghi delle schiavitù del terzo millennio in Italia si sovrappongono a quelli delle schiavitù del cinquecento, seicento e settecento. È come se da allora non fosse stato enunciato l’articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che dice: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”.

L’Italia si dimostra a tratti reticente sull’argomento, e il silenzio sulla tratta che ha interessato l’alto medioevo fino a circa metà dell’ottocento sembra essere non solo un modo per rimuovere il passato ma anche per occultare il presente.

Quando pensiamo alla schiavitù le immagini che ci balenano subito in mente sono quelle dei campi di cotone in Louisiana, o dei mercati di schiavi in Alabama. Nessuno quasi mai pensa a Trapani, Messina, Napoli, Venezia, Livorno o Roma come luoghi di schiavitù.

Ma lo sono stati. E spesso lo sono ancora.

Nella toponomastica e nell’arte italiana sono rimaste molte tracce della schiavitù

Basta guardarsi intorno per ritrovare tracce di questa sopraffazione un po’ in tutta la penisola.

La schiavitù dei secoli antichi, va detto subito per chiarezza, era reciproca. Molti europei finivano sotto il dominio degli ottomani. Città come Tunisi, Tripoli, Algeri e Salé pullulavano di spagnoli, italiani, francesi, inglesi, persino islandesi, resi schiavi. Ci sono molte testimonianze su queste schiavitù bianche, alcune illustri come quella di Miguel de Cervantes, che fu schiavo ad Algeri per cinque anni. Il futuro autore del Don Chisciotte raccontò la sua esperienza nella commedia El trato de Argel e riprese più volte il tema in altri testi teatrali come La gran sultanaEl gallardo español e Los baños de Argel. Ma se di questa storia sono rimaste reminiscenze in testi e persino in melodrammi (oltre a Cervantes pensiamo a L’italiana in Algeri di Gioacchino Rossini), di quello che succedeva agli altri (ovvero africani, arabi, turchi) sappiamo solo attraverso fonti private e materiale di archivio. Anche se, per capire, basterebbe osservare il paesaggio, notare per esempio che nella toponomastica e nell’arte sono rimaste tracce di questo passaggio di dolore.

La cena di Emmaus di Marco Marziale.  -

La cena di Emmaus di Marco Marziale.

Ci sono molti quadri che rappresentano la schiavitù in Italia. Basti pensare alla schiavetta di Lorenzo Lotto, vestita di arancione, che corre esausta dietro a un bambino birichino nel quadro Santa Lucia davanti al giudice (1532), conservato alla pinacoteca di Jesi; o allo schiavo agghindato di Marco Marziale in piedi vicino a Gesù e preda di una struggente malinconia nella Cena di Emmaus (circa 1506). E come dimenticare i mori incatenati a forma di candelabri che punteggiano le sale della settecentesca Ca’ Rezzonico a Venezia? Ed ecco che spuntano gondolieri di origine africana in Vittore Carpaccio (1465 circa–1525/1526) o un bell’adolescente vestito di bianco, orgoglioso ma sottomesso, in un ritratto del pittore Alessandro Longhi (1733–1813).

Sette milioni di schiavi nel Mediterraneo

E poi, in un ipotetico tour alla ricerca degli schiavi mediterranei, non dovrebbe mai mancare una visita alla basilica di Santa Maria gloriosa dei Frari, sempre a Venezia. Una chiesa piena di tesori, dalla tomba del Canova, all’Assunta di Tiziano. Ma quello che più colpisce è il monumento al doge Giovanni Pesaro, collocato nella navata sinistra della chiesa. Il doge è una figurina in alto, quasi irraggiungibile. Sotto, quattro schiavi mori portano il peso del monumento sulle loro spalle. Il loro aspetto è brutale. I vestiti sono strappati e sporchi. Lo sguardo torvo, l’aspetto animalesco. Non sembrano quasi umani. Gli occhi iniettati di sangue e fatica. Occhi pieni di odio e di morte.

E se non bastasse l’arte, andrebbero esaminati a fondo i visi degli italiani. Sono in tanti ad avere nelle loro vene il sangue di avi vissuti in schiavitù provenienti dalla Turchia, dal Senegal, dall’Albania, dal Marocco. Ce lo ricorda un bel volume storico, uscito di recente, dal titolo Schiavi. Una storia mediterranea (XVI-XIX secolo) di Salvatore Bono, che si era già occupato della materia in altre opere, tra cui il notevole Schiavi musulmani nell’Italia moderna, galeotti, vu’ cumprà, domestici. Sfogliando il volume di Bono scopriamo subito che la schiavitù mediterranea ha riguardato sette milioni di individui: africani (soprattutto dell’Africa occidentale e del Corno D’Africa), arabi, turchi, spagnoli, francesi, ebrei, ucraini, magiari, greci, tedeschi, scandinavi. Nessuno è scampato al flagello. Ma se in altri testi l’attenzione era tutta per gli schiavi europei in territorio islamico, Bono cerca di essere equidistante e racconta anche l’odissea degli schiavi musulmani (e non solo, l’autore parla anche degli schiavi africani di religione animista) nello spazio di mezzo costituito dal mar Mediterraneo.

Nelle pagine dei suoi volumi l’Italia ha un ruolo importante. Scopriamo con meraviglia che uno dei più grossi centri schiavistici era Napoli. Nel 1661 la città contava più di ventimila schiavi e avere uno schiavo era quasi alla portata di tutte le tasche e non solo di quelle aristocratiche. Anche la Sicilia, con i grandi mercati di Messina e di Trapani, era una piazza importante. Dalla metà del quattrocento alla prima metà del cinquecento l’isola fu al centro del commercio della canna da zucchero. Le Americhe le avrebbero fatto concorrenza più in là. Per questo ebbe bisogno di braccia, che vennero prese dall’Africa occidentale. La Sicilia, in quegli anni, era di fatto una piccola Alabama.

In una testimonianza il venditore garantiva che il giovane schiavo ‘non ha mal caduco e non caca e piscia a letto’

Se di Livorno si è già detto, Bono e altri storici hanno sottolineato l’importanza delle città rivierasche per quanto riguarda la tratta. Ad alimentare il mercato erano i saccheggi sulle rive magrebine, le guerre contro l’impero ottomano (la guerra di Candia e la battaglia di Lepanto) e gli assalti alle navi corsare concorrenti. Uno schiavo poteva essere venduto per soli otto ducati fino ad arrivare alla cifra record di 107 ducati. Gli anziani e i bambini costavano pochissimo, gli adolescenti moltissimo. Il mercato chiedeva uomini sani e integri, forti abbastanza da poter sopportare il duro lavoro nei campi o per non soccombere troppo in fretta al remo di una galera. Gli schiavi erano oggetti di scambio, potevano essere ricevuti come premio o addirittura ereditati.

A volte, come ci ricorda Salvatore Bono, c’erano richieste specifiche da parte dei futuri compratori. Come quella di Cosimo III che scrisse ad Alì Pascia di mandargli “due giovanetti negri eunuchi di tenerà età, che non passi il 14, o li 15 anni, che non abbiano il naso ritorto o schiacciato come la maggior parte di quella nazione, né patischino di fantasia”. Lo stesso Cosimo chiese poi che gli fosse inviato un “uomo negro con capelli lunghi”, probabilmente un tuareg. Dello schiavo dovevano essere segnalati i difetti. Dire se aveva avuto il vaiolo, se era “guallaruso” (ovvero con un ernia) o “fuitaro” (con la propensione alla fuga). A volte era accompagnato da raccomandazioni, come ricorda Bono citando il caso di un etiope di 12 anni, il cui venditore rassicurava il futuro proprietario garantendogli che il giovane “non ha mal caduco e non caca e piscia a letto”.

A sinistra, la schiava vestita di arancione (in basso) nel dipinto Santa Lucia davanti al giudice di Lorenzo Lotto; a destra un adolescente nero ritratto dal pittore Alessandro Longhi. -

A sinistra, la schiava vestita di arancione (in basso) nel dipinto Santa Lucia davanti al giudice di Lorenzo Lotto; a destra un adolescente nero ritratto dal pittore Alessandro Longhi.

Naturalmente gli schiavi soffrivano di malinconia e per le violenze subite. Morivano spesso di morte violenta e le donne venivano quasi sempre violentate dai padroni. I bambini cadevano in mano di pedofili senza scrupoli e anche chi aveva la fortuna di non essere abusato sessualmente doveva subire una vita di stenti, di lavori e orari estenuanti. Infanzie e giovinezze rubate, passate dietro al bestiame o legati a un remo, senza vedere quasi mai la luce del sole. Un inglese di nome William Davies scrisse un testo, la Veridica istoria, che fu un best seller della letteratura di viaggio del seicento. Davies, cerusico e fervente calvinista, racconta di come era dura la vita in schiavitù nelle galere di Livorno. Gli schiavi venivano rasati, testa e barba, ogni dieci giorni. Non avevano quasi vestiti, tranne alcune brache di lino. “La miseria delle galere”, scrive Davies, “è inconcepibile e inimmaginabile”. Un universo che lo storico Fernand Braudel definì, secoli dopo, concentrazionario. Chi non sopportava quelle torture cercava, spiega Davies, di suicidarsi o di uccidere i superiori. E quando non stava in galera, doveva trasportare pietre e detriti.

I santi neri in Italia

C’era però chi non si suicidava e cercava di far del suo percorso schiavile una sorta di cammino di redenzione. In Italia, come in altri paesi europei, era molto difficile riuscire a emanciparsi dalla schiavitù e a costruirsi una posizione, contrariamente al mondo islamico, dove questo era spesso possibile. Furono tanti gli schiavi diventati importanti comandanti o politici dopo la conversione all’islam. In Italia, invece, si registra solo l’esigua presenza di santi neri, soprattutto in Sicilia, provenienti dalla schiavitù. I più noti tra questi furono Antonio di Noto e Benedetto di San Fratello. Giovanna Fiume in Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna fa un identikit di questi due uomini, entrambi neri, uno catturato da pirati siciliani e fatto schiavo, l’altro nato da genitori etiopi già schiavi. La loro devozione fu forse dettata dalla necessità, ma sta di fatto comunque che questi santi neri alleviarono, almeno spiritualmente, l’oppressione dei tanti che vivevano in condizione servile. Peccato però che tutto questo non servì a convincere la chiesa in primis che la schiavitù era un errore. Nel momento di fare schiavi l’interesse economico era maggiore dell’umanità. Anche lo stato pontificio, infatti, usava schiavi nelle sue galere che partivano da Civitavecchia.

La schiavitù mediterranea durò fino all’inizio dell’ottocento. Poi tutto fu messo nel cassetto, dimenticato, rimosso. Ma ora, nel ventunesimo secolo, la storia si sta ripetendo negli stessi luoghi. Quello che avviene oggi ai tanti senegalesi o indiani impiegati nell’agroalimentare è parte di uno stesso disegno di oppressione, che lega l’antico al moderno.

Ed ecco che Morgiano, il Morgiano di Livorno, ci guarda. È giovane, bello, ancora in catene dopo secoli. Chissà cosa pensa guardando il nostro mondo. La schiavitù è un cancro che diffonde ovunque le sue metastasi. Oggi ogni volta che prendiamo un pomodoro in mano, o una pesca o una mela, dobbiamo pensare alle mani di chi ha raccolto quel frutto, ai suoi sogni infranti. Per denunciare questa situazione il musicista Sandro Joyeux, tre anni fa, ha deciso di suonare nella tendopoli di San Ferdinando, dove molti braccianti agricoli, per la maggior parte di origine africana, vivono in situazioni precarie e in condizioni igieniche spaventose. Così è nato l’Antischiavitour che ha portato Joyeux da Rignano a Saluzzo, fino ad arrivare a Rosarno. Luoghi di sfruttamento, che sono diventati anche luoghi di lotta. Luoghi dove si può cominciare a pensare a un futuro diverso dal passato. La strada è lunga, ma il primo passo è stato fatto.