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Quale approccio di genere sulle politiche migratorie?
La percentuale delle donne migranti è in aumento. «Più della metà della popolazione straniera presente in Italia è rappresentata da donne soggette a una doppia discriminazione: in quanto migranti e in quanto donne. E quindi soggette a un processo di integrazione ancora più difficile perché esposte a violenze, sfruttamento, abuso e lavori sottopagati». Rossella Benedetti, avvocata dell’associazione Differenza Donna, fa il quadro durante la tre giorni di Pensare Migrante, l’iniziativa dell’associazione Baobab Experience che si è appena conclusa a Roma.
Anche nel resto d’Europa il numero delle donne migranti è in crescita. Femminilizzazione della povertà e ricerca di un’educazione e di posti di lavoro migliori sono al centro di questa grande fuga. La discriminazione di genere, infatti, gioca un ruolo fondamentale nei motivi delle migrazioni: spinte a fuggire dai loro paesi in quanto vittime di un radicalizzato sistema patriarcale, vanno incontro ad un viaggio che le vede ancora una volta vittime di abusi sessuali e costrette alla prostituzione per pagarsi i mezzi necessari per sbarcare in Italia.
«In Nigeria ci sottoponiamo al rito juju, una sorta di rito vodoo che ci costringe a restare legate alla nostra madame e a ripagare il debito che abbiamo contratto prostituendoci nelle strade italiane», racconta Osas dell’associazione Donne di Benin City. Le “madame” a cui si riferisce Osas, secondo l’Undoc, rappresentano la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione. Il rito juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, a cui sono sottoposte forzatamente non solo da protettori, tenutarie e contrabbandieri, ma persino dalle proprie famiglie d’origine.
La migrazione è anche la causa del rafforzamento dei limitativi stereotipi di genere e della mancanza di potere decisionale delle donne.
«I ruoli di genere influenzano l’integrazione sociale delle donne migranti e rifugiate e il modo in cui esse possono contribuire e beneficiare delle comunità ospitanti», aggiunge Rossella Benedetti. «Inoltre, in Italia ogni 60 ore muore una donna per mano di violenza maschile e vengono attuate politiche di welfare che continuano a prevedere tagli proprio verso quelle strutture, come i centri anti-violenza, che invece sono gli snodi fondamentali della lotta per i diritti delle donne». Una doppia discriminazione, quindi, che si estende anche a pratiche di mutilazioni parziali o totali dei genitali femminili. Ben 30 paesi praticano l’infibulazione: la parte meridionale dell’Egitto, Sudan, Somalia, Eritrea, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, la penisola araba e il sud-est asiatico in alcune regioni dell’India. E 200 milioni di bambine, ragazze e donne hanno subito questa violazione.
«L’Africa è un grande continente con gruppi etnici e tradizioni molto variegate – spiega Lamin, attivista contro l’infibulazione – ed è opportuno sottolineare come vi siano Paesi che, pur avendo vietato per legge l’infibulazione, si ritrovino a convivere con il ripetersi della pratica stessa in molte zone rurali, dove non si conosce l’esistenza di una legislazione o comunque dove la cultura tradizionale è considerata al di sopra di ogni elemento giuridico». Il tema appare estremamente delicato. Puntare all’eradicazione totale di questo rito e nel contempo tutelare la dignità e la serenità di quelle donne o bambine che sono già state costrette a sottoporsi dovrebbe essere l’impegno di tutto l’Occidente. «È assolutamente determinante una presa di posizione maschile», continua Lamin. «Fino a quando ci saranno capi-villaggio convinti che la stessa definizione di femminilità non possa prescindere da una mutilazione genitale, ci saranno donne che continueranno a subirla. Quando invece i capi-villaggio e soprattutto i leader religiosi si convinceranno che il benessere delle donne produce benessere e prosperità per l’intera comunità, allora forse qualcosa cambierà. È un problema culturale, ancora prima che medico e giuridico».
Come, in che modo e per quali ragioni la questione di genere incide nel determinare la particolare vulnerabilità dei soggetti, sia durante il percorso migratorio sia all’arrivo nei Paesi ospitanti? Le donne costrette a emigrare subiscono un’oppressione multidimensionale in quanto soggetti in fuga da un paese che le persegue o che ne mette a repentaglio l’esistenza, in quanto straniere in paesi di arrivo sempre più intolleranti verso la diversità, e infine in quanto donne in società, sia quelle d’origine che in quelle d’arrivo, nelle quali il principio della parità di genere e la lotta alla violenza sulle donne sono lontani dall’essere pienamente realizzati.
«Per questi motivi è fondamentale che il sistema d’accoglienza sia rafforzato e abbia un approccio di genere in grado di riconoscere le donne migranti come soggetti attivi che mettono in campo capacità relazionali, progettuali e organizzative, competenze lavorative e conoscenze culturali utili alla crescita dei paesi ospitanti», conclude l’avvocata Bendetti.



