21/05/14 – ZEROVIOLENZA.IT – Favour, Loveth e le altre

Link: Favour, Loveth e le altre

21/05/14

La targa in memoria di Loveth(3)Sono sempre davanti a noi, con i loro corpi mercificati, offerti al migliore offerente. Le donne invisibili hanno nomi, affetti e storie, dimenticate o da dimenticare, e sogni di libertà. Quasi sempre inascoltati.
Favour e Loveth erano due di loro. Entrambe uccise tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. La prima era prossima alle nozze. Il suo corpo è stato trovato carbonizzato nelle campagne di Misilmeri. Il corpo di Loveth, invece, è stato abbandonato in Via Juvara, a due passi dal Palazzo di Giustizia, accanto ai cassonetti della spazzatura, come fosse un rifiuto ingombrante, uno dei tanti, di cui disfarsi in tutta fretta. Nessuno ha visto o sentito niente. Favour e Loveth, come Bose e Jennifer, fantasmi dalla pelle troppo scura per essere visti e ricordati.

Il mercato del sesso rappresenta un’attività lucrosa, movimenta un business che non conosce crisi. (a livello europeo si stima che il fatturato dello “human trafficking” sia di 19 miliardi di euro annui). La domanda è in costante aumento. Ecco perché le mafie internazionali vi hanno messo le mani sopra, gestendo la tratta delle schiave. Le comprano e le costringono ad una gabbia la cui chiave per la libertà vale dai 50 ai 70mila euro, il prezzo da pagare per riscattarsi.
Nigeriane, etiopi, slave: le organizzazioni criminali estere si sono spartite le città italiane con precisione scientifica. Difficile credere che per farlo non abbiano ricevuto il placet dalla mafia locale. Ogni centro ha le proprie zone dedicate, divise per nazionalità e tipologia dei servizi offerti, secondo una logica da upermercato. A Palermo, ad esempio, le aree storiche sono quelle della Favorita e della Stazione, occupate dalla mafia nigeriana, del Foro Italico e del Porto, presidio dell’Europa dell’Est, oltre ai vicoli del centro storico. Si stima in 500 il numero di ragazze di strada presenti nel capoluogo, alle quali vanno aggiunte quelle che tradizionalmente esercitano in casa. L’età media è sempre più bassa.

Nel capoluogo dell’Isola, ormai da un paio di anni, è attivo il Coordinamento anti-tratta Favour e Loveth, una rete composta da una trentina di associazioni, laiche e cattoliche.
«Le associazioni – spiegano i promotori – portano ognuna i propri differenti linguaggi. L’obiettivo è il contrasto del fenomeno della tratta attraverso varie tipologie di interventi, dall’analisi e lo studio alla sensibilizzazione della cittadinanza, passando per la lotta alle organizzazioni mafiose«.
Un ruolo fondamentale lo svolge il Centro Santa Chiara, guidato da Don Enzo Volpe: «Chiariamo subito che non si tratta di prostitute, ma di donne che sono prostituite. Le condizioni di queste ragazze, spesso minorenni, sono di schiavitù, costrette a lavorare anche 14 ore al giorno. Davanti al profitto, che prevale su tutto, anche le comunità straniere presenti sul territorio fanno spesso finta di niente».
Una sera la settimana i volontari del coordinamento raggiungono le ragazze nei luoghi in cui esercitano. Portano loro un pasto caldo, un mazzo di fiori, una parola di consolazione. Molte chiedono preghiere per la loro vita e protezione per i familiari rimasti in patria.

Tante ragazze vorrebbero cambiare vita, riuscire a riscattarsi, ma non sanno come fare. In questi tempi bui, in cui trovare un lavoro è difficile per tutti, per una prostituta lo è più degli altri. Ci sarebbe la possibilità offerta dall’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione, strumento che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per “protezione sociale”. Una via, questa, non sempre percorribile. Ecco perché il coordinamento sta bussando alla porta degli imprenditori del posto. «Abbiamo avviato un percorso di collaborazione con altre realtà associative e in questo modo una ragazza è riuscita a trovare lavoro presso un un esercizio commerciale che aderisce ad Addiopizzo» spiega Pasqua De Candia, del CISS.

Il rischio pressante è che, in assenza di un contratto di lavoro, le ragazze possano essere espulse e, una volta in patria, reimmesse nel circuito della prostituzione, se non condannate alla reiezione sociale. Occorrerebbe il sostegno delle istituzioni, un supporto che, in clima di austerity, è tavolta puramente simbolico. «Il Comune di Palermo – ricorda De Candia – ha promosso alcuni momenti di sensibilizzazione e di informazione ed abbiamo organizzato diversi incontri di formazione nelle scuole, in collaborazione l’Ufficio scolastico regionale. Il problema – aggiunge l’operatrice del CISS – oltre che di risorse, è culturale. Si parla del fenomeno solo dal punto di vista del decoro urbano, senza intervenire sulle sue cause. Per questo abbiamo chiesto una maggiore attenzione sul traffico degli esseri umani e sul tema delle ragazze costrette a prostituirsi». «Quando si parla di persone e di diritti violati non si può parlare di decoro”, puntualizza l’assessore comunale alla Partecipazione, Giusto Catania, a voler marcare la distanza dalla precedente giunta di centrodestra. “Come amministrazione ci stiamo impegnando sia per la presa in carico delle vittime di tratta, sia dal punto di vista pedagogico-culturale».

Resta lo smacco per la memoria offesa di due ragazze che sognavano soltanto una vita normale. Il corpo di Favour Nike Adekunle, dopo il suo rinvenimento, è stato portato all’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale di Palermo e lì “dimenticato” in una cella frigorifera per due anni. A Loveth Edward è toccata una sorte diversa. Nel settembre dello scorso anno, nel luogo in cui il suo cadavere era stato abbandonato, l’amministrazione comunale le ha dedicato una targa, legata ad un alberello. Il ricordo della giovane ragazza è durato il tempo di un lamento. Già dopo qualche giorno la sua foto era stata spazzata via. La targa in sua memoria è stata, poi, vandalizzata e divelta, fino alla nuova affissione da parte del Comune, avvenuta qualche settimana fa. Resisterà fino alla prossima pallonata di ragazzini già troppo esperti di vita per interrogarsi sul perché delle foglie.

Luca Insalaco

Funerale

Link: Favour Nike Adekunle 1991-2011

28/02/14

“Si sono svolti oggi i funerali Nike Favour Adekunle, la giovane nigeriana, 20 anni, trovata morta nelle campagne di Misilmeri il 2 dicembre 2011′′.

La notizia, nei suoi dati essenziali, suona paradossale. Ci sono voluti oltre 24 mesi per poter dare una sepoltura al corpo della ragazza che due anni fa venne trovata carbonizzata alla periferia della provincia di Palermo in una zona trasformata in discarica. Il suo assassino, un abitante di Belmonte Mezzagno, fu arrestato e poi si tolse la vita in carcere. Dal giorno della morte di Nike, nel dicembre del 2011, e sino a venerdì 28 febbraio 2014 il corpo è rimasto all’interno di una cella frigorifera dell’Istituto di Medicina Legale del Policlinico di Palermo. Ad accorgersene è stato il Coordinamento Antitratta dedicato proprio a lei e a Loveth Edward, un’altra ragazza uccisa a pochi mesi di distanza.

La sepoltura di Nike Favour sarebbe rimasta bloccata per una serie di intoppi burocratici e di mancati nulla osta tra un ufficio e un altro. Aldilà dell’aspetto burocratico e di responsabilità, ripercorrere la sua storia significa percorrere i passi che misurano la distanza che ancora esiste tra una comunità e un’altra, tra una minoranza e la maggior parte degli abitanti di una città, ricordando che co-abitazione non è sinonimo di integrazione.

La storia di Nike nella sua drammaticità è emblematica perché riguarda una persona considerata (si scuserà il gioco di parole) ai margini di una comunità ai margini, una ragazza in quanto considerata prostituita e nigeriana, ovvero parole che (oltre che frequentemente associate al suo nome) di per sé impongono un’etichetta di marginalità e di distanza.

Si potrebbe provare a osservare la storia di Nike e i suoi vent’anni mettendo da parte il fatto che fosse una prostituta nigeriana ma guardandola come una ragazza che aveva iniziato a convivere con il futuro marito e aveva già iniziato ad avviare le pratiche per un possibile matrimonio. Improvvisamente la distanza si riduce. La sua storia in fondo appare un po’ più vicina. La distanza si misura e si crea innanzitutto con le parole.

Infine, si può interpretare una sorta di parallelismo, aldilà di quello temporale, tra la sepoltura di Nike e la storia di una famiglia che non rassegnandosi facilmente alla morte della madre ne ha vegliato per giorni il corpo rifiutandosi di celebrare i funerali. Affidiamo alla sensibilità di chi legge la capacità di tracciare le dovute differenze tra le due storie. Sulla famiglia palermitana è stato sollevato grande scalpore con un interesse notevole della stampa e una mobilitazione veloce da parte delle autorità competenti. Un interesse delle autorità era doveroso, una certa morbosità dei media per una vicenda assolutamente privata decisamente meno: in fondo, aldilà degli obblighi di legge, riguardava una personale, personalissima, modalità nell’iniziare a elaborare un lutto. Questi due anni invece nei quali il corpo di Nike Favour ha atteso la sepoltura sembrano essere trascorsi nell’indifferenza generale, in una distanza, l’ennesima di questa storia.

2013 – CISS ONG – Una memoria di amore

Link: Una memoria di amore

2013

Il 27 settembre 2013, il Sindaco di Palermo scoprirà due targhe, in ricordo delle due giovani ragazze nigeriane, Favour e Loveth, vittime della tratta.

Il 27 settembre alle ore 15.00 nel cortile Barcellona, ad angolo con via Filippo Juvara e, a seguire, all’ingresso della Favorita nel Parco adiacente viale Rocca, il Sindaco di Palermo scoprirà due targhe, in ricordo delle due giovani ragazze nigeriane, Favour e Loveth, vittime della tratta.

Favour, una ragazza di appena 20 anni, a dicembre 2011, mentre stava coronando il sogno della sua vita sposando il suo amore con il quale aveva cominciato a convivere, è stata travolta dalla violenza omicida di un cliente che dopo averla violentata e uccisa ha bruciato il suo corpo gettandolo in una discarica a Misilmeri. Solo due mesi dopo, Loveth, coetanea di Favour, subisce lo stesso tragico destino: viene trovata morta nel centro di Palermo, in via Filippo Juvara, accanto ai cassonetti dell’immondizia.

Il Coordinamento Antitratta, intitolato proprio a Favour e Loveth e che a partire dalle loro storie ha avviato la sua azione di sensibilizzazione e informazione rivolta alla cittadinanza palermitana, è felice di ricordarle in modo solenne alla presenza del Primo cittadino e della Comunità nigeriana e invita tutta la cittadinanza a partecipare alla posa delle targhe commemorative il 27 settembre.

Con le due targhe, depositate simbolicamente nei pressi dei luoghi in cui si sono spente le loro giovani vite, vogliamo consegnare una “memoria di amore”.
Un ricordo che porti con sé il segno dell’amore per la vita, la bellezza, la speranza in una vita migliore.
Una “memoria di amore” che la città vuole consegnare anche alle famiglie di Favour Nike Adekunle e Loveth Edward, alla comunità nigeriana e a tutte le donne vittime della violenza e della tratta ad opera di potenti organizzazioni mafiose internazionali.

La “memoria di amore” simboleggiata da una rosa per Loveth e da un palloncino rosa per Favour, è il nostro pegno per il futuro, quel futuro che è stato negato alle due giovani donne e che vorremmo consegnare a tutte le donne, come loro, vittime della tratta.

21/05/12 – CESIE – Manifestazione cittadina per ricordare Favour e Loveth

Link:Manifestazione cittadina per ricordare Favour e Loveth

21/05/12

 

E’ stato consegnato alla giustizia giovedì 10 maggio, a quasi cinque mesi dalla scomparsa e dal ritrovamento del corpo, il presunto assassino di Nike Favour Adekunle, vittima prima di organizzazioni criminali, venduta come una merce dai trafficanti di giovani ragazze, poi ferocemente seviziata e brutalmente uccisa da un maniaco sessuale nelle campagne di Misilmeri. Il Coordinamento anti-tratta, che prende il nome dalle due ultime vittime della tratta a Palermo, intende costituirsi parte civile al processo contro l’assassino di Favour.

Il Coordinamento fa appello alla comunità nigeriana, a tutte le comunità toccate da questo problema, alle istituzioni, perché si ponga fine al commercio del sesso e allo sfruttamento di giovani, spesso minorenni, minacciate e tenute in schiavitù. Invita, inoltre, i giornalisti, gli agenti di polizia, i cittadini in genere a utilizzare un linguaggio più appropriato, non stigmatizzando pregiudizialmente le giovani donne vittime di tratta e da qualsiasi paese esse provengano: non di prostitute si tratta, né di squillo, bensì di donne ridotte a merce di scambio, sfruttate e mantenute in situazione di schiavitù. Siamo convinti che tutelare e promuovere i diritti delle vittime ha rappresentato e rappresenta il più efficace contributo al contrasto delle organizzazioni criminali che ne gestiscono la tratta e lo sfruttamento!

Il Coordinamento anti-tratta “Favour e Loveth” e la comunità nigeriana promuovono per lunedì 21 maggio alle ore 17.00 una manifestazione cittadina al Parco della Favorita per ricordare Favour e Loveth. La manifestazione partirà dalla Palazzina cinese per arrivare nel luogo in cui Favour, esattamente cinque mesi fa, è stata vista l’ultima volta.

Si chiede a tutti quelli che volessero partecipare di indossare una maglia nera.

La cittadinanza tutta è invitata

Il Coordinamento Anti-tratta “Favour e Loveth”

Aderiscono al Coordinamento: ASGI, Associazione AMUNI’, Associazione Culturale Gruppo Teatro Totem, Associazione Pellegrino della Terra, Azione Cattolica Italiana Arcidiocesi di Palermo, Centro Salesiano Santa Chiara, Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato, CESIE/Centro Studi di Iniziative Europeo, CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud, Comitato antirazzista migranti Cobas, DIARIA Palermo, Forum antirazzista Palermo, ITIS Volta, La Migration, sportello migranti Lgbt – Arcigay Palermo, Laici Missionari Comboniani Palermo, Le Onde, Parrocchia S. Antonino, Rete Primo Marzo / Giù  le frontiere, Suore Missionarie Comboniane di Palermo, UDI Palermo.

Aderiscono al comunicato: ARCA – CGIL Sportello Immigrazione, ARCI.

13/05/12 – LIVESICILIA – Chi piange per una puttana?

Link: http://livesicilia.it/2012/05/13/chi-piange-per-una-puttana_143112/

13/05/12

di Roberto Puglisi

Chi dirà una preghiera per Nike, la prostituta uccisa e bruciata a Misilmeri? Ci concentriamo sull’identità del suo presunto assassino, senza pensare a lei. E il resto è un cielo cupo e morboso. Chi protesta per le anime spezzate della Favorita, lo scandalo sotto gli occhi della brava gente?

Chi sono le figlie di una dea minore? Sono le creature accampate ai lati di certe strade note ai maschi. Nate donne come le altre. Il destino ha cambiato nome, qualifica e collocazione. Sono puttane, nel gergo popolare e nel birignao aristocratico. Il razzismo dell’esclusione proviene da tutti. Dagli uomini che stuprano, concedendosi l’alibi del prezzo. Dalle attiviste che firmano appelli per le compagne di genere uccise, violate, schiacciate in ogni parte del mondo. E si dimenticano delle prostitute.

E’ attitudine buona e giusta denunciare la sopraffazione machista. E’ lecito raccontare il paradosso di terre in apparenza evolute che, nel momento della terribile verità, riscoprono riti di sangue tribali. La gelosia si trasforma in cecità. L’oscenità del possesso si concentra nella forza fisica pronta all’offesa. Se gli uomini uccidono e le donne muoiono, non è per una trama di casi isolati. E’ l’eredità di secoli bui. Se esistono resoconti di ceffoni domestici, di arbitrii, di ricatti, sopravvivono perché – spogliato delle sue risorse culturali – il macho si comporta ancora come un gorilla con una clava tra le zampe.

Ma scorrendo le liste della rabbia e gli appelli della pietà, cadiamo in vistose buche. C’è un rosario di vite spezzate o manomesse con troppe assenze. La sacrosanta indignazione per una ragazza “normale” straziata dal mostro che aveva accanto è un riflesso necessario, accompagnato da un coro di maggioranza. In morte di una prostituta, il controcanto dolente è un flebile fiato di pochi illuminati, il lutto di una cerchia ristretta. Chi dirà una preghiera per Nike, uccisa e bruciata a Misilmeri? Ci concentriamo sull’identità del suo presunto assassino, senza pensare a lei. E il resto è un cielo cupo e morboso. Chi protesta per le anime spezzate della Favorita, lo scandalo sotto gli occhi della brava gente? Chi denuncia la tratta delle “nigeriane”, come se il termine fosse normale sinonimo di compravendita, tanto che “nigeriana”, nell’immaginario comune, si associa al mestiere antico dell’offerta di sé? Chi piange quando muore una puttana?

Ho conosciuto qualche puttana – per questo mi permetto, con tenerezza, di usare una parola lambita di bava, so che sarebbe ipocrita ripararsi dietro uno pseudonimo, la durezza è soltanto nelle cose – girando con un taccuino. Sarà colpa dei miei occhi, traviati da un’idea di femminilità romantica: ho sempre trovato persone nella pienezza del loro stato, dotate di ironia, intelligenza e amore da dare, senza che nessuno volesse raccoglierlo.

E mi ha immancabilmente gelato l’indifferenza nei confronti delle ragazze che attendono ai lati di una strada nota. Come se una fine tragica, o uno stentato percorso ad ostacoli fossero semplicemente la condanna che si deve a una colpa. Ma non mi ha mai sorpreso la consueta volgarità di noi poveri e fragili uomini. Sono rimasto colpito dalle donne colme di ottimi propositi, che sanno e, sapendo, volgono lo sguardo altrove.

16/02/12 – FEMMINISMO A SUD – Palermo: due donne uccise. “Una pulla NON è solo una pulla!”

Link: Palermo: due donne uccise. “Una pulla NON è solo una pulla!”

Oggi si è svolta a Palermo una fiaccolata in memoria di Favour e Loveth, due ragazze nigeriane brutalmente uccise, una a dicembre e l’altra a gennaio. Circa 150 i partecipanti. Lo Spazio di Cultura Libert’Aria ha diffuso il seguente volantino:  Favour Nike Adekunle e Loveth Eward avevano poco più di vent’anni. Erano africane, della Nigeria, e si prostituivano. Nike l’hanno trovata morta bruciata, dalle parti di Misilmeri. Loveth l’hanno trovata mezza nuda vicino a un cassonetto, in via Filippo Juvara. A Palermo si vive e si muore così. Le ragazze nigeriane affrontano viaggi pericolosi e difficili per arrivare in Italia a causa delle leggi razziste che costringono gli immigrati alla clandestinità. In questo modo, mafiosi e trafficanti di esseri umani guadagnano un sacco di soldi sulla pelle di queste persone. Il viaggio della speranza costa tanto, troppo. Se non hai tutti i soldi subito, pagherai dopo. Per le ragazze il ricatto è questo, e i magnaccia – immigrati pure loro – le buttano in mezzo alla strada. Le vediamo alla Favorita, in Via Lincoln, al Foro Italico. Ombre in minigonna, corpi dati in pasto a palermitani abbrutiti. Nessuno ci fa caso e sono in molti a pensare che, in fondo, «una pulla è solo una pulla». Se batte è perché le piace o non sa fare altro. Un oggetto o un animale che, se lo ammazzi, nessuno ne sentirà la mancanza. La morte violenta di Nike e Loveth dovrebbe svegliare ogni coscienza. Dietro la prostituzione delle donne immigrate c’è un universo di disperazione e sfruttamento che non è tollerabile. Oggi le ragazze nigeriane chiedono aiuto alle istituzioni e alla polizia. Dalla questura fanno sapere che la sicurezza delle prostitute non può essere confusa con la tolleranza della prostituzione. Insomma, le infami retate a caccia di clandestine non finiranno mai. E allora tocca a ciascuno di noi contrastare la violenza e la schiavitù. Non è solo una questione di antirazzismo. Si tratta di ricostruire il rispetto per se stessi e per gli altri, la necessaria empatia nei confronti di ogni donna e di ogni uomo, specialmente se vive in una condizione di estremo disagio. Non si può sopportare che due donne muoiano così, in questa o in qualunque altra città. Bisogna assolutamente distruggere il dominio, le leggi razziste, lo sfruttamento della prostituzione, la mafia dei trafficanti. Bisogna assolutamente ricostruire la società su basi nuove e inconciliabili con la triste realtà che ci circonda, prima che non ci sia più niente da fare.

SAGGI E STUDI SU SCHIAVITÙ E TRATTA

070101-CARTA DI ROMA-Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti

080101-UNISCI-west Africa under attack

101201-UNIVERSITY OF BERGEN-Nigerian Criminal Networks a comparative analisys

170809-CENTROIMPASTATO.COM-il mercato del sesso a Palermo. Mafia e nuovi gruppi criminali

CATTOLICESIMO E CULTURA NIGERIANAUNICRI – La Tratta delle Minorenni Nigeriane in ItaliaUNIMOLISE-Trafficking e Tratta di Ragazze Nigeriane

17/07/2017 – CORRIERE DELLA SERA – La tratta delle prostitute bambine nigeriane che arrivano in Italia sui barconi dei migranti

Link: La tratta delle prostitute bambine nigeriane che arrivano in Italia sui barconi dei migranti

Dalla Libia al litorale domizio al confine tra Lazio e Campania: costrette a prostituirsi per estinguere il debito del viaggio in Italia. «Si sta abbassando molto l’età delle nigeriane in strada. Le organizzazioni criminali vogliono ragazze sempre più giovani: sono più appetibili sul mercato del sesso»

17/07/2017

di Amalia de Simone

C’è una strada lunga circa 40 km dove l’umanità è sospesa. È una linea che separa la terra e il mare tra il Lazio e la Campania. Si chiama Domiziana e percorrendola si incontrano centinaia di ragazze prevalentemente nigeriane, costrette a prostituirsi. Molte di loro sono ragazzine minorenni.

Da mesi infatti, stanno arrivando in questa zona, contestualmente agli sbarchi dei migranti, tante piccole donne. Come B. che i suoi 14 anni li dimostra tutti. Esile, con un corpo che non è ancora quello di una donna, gli occhi grandi. L’ha notata un artista della fotografia, Giovanni Izzo che da mesi perlustra la Domiziana segnandosi i numeri delle ragazze che gli sembrano più piccole da segnalare agli operatori sociali. Con lei c’era un’altra ragazzina, forse anche più piccola, di cui abbiamo perso le tracce.

Tremava come una foglia ma ci mettiamo poco a convincerla a scappare dalla strada. Due operatori, di cui uno nigeriano, la hanno accompagnata lontano da Castelvolturno in una struttura dove tutt’ora vive. «Sono arrivata in Italia senza sapere nulla, mi hanno detto che dovevo pagare un debito e per questo dovevo prostituirmi. Ma io non volevo, non ero mai stata con un uomo. Io ho 14 anni. Così mi hanno fatto violentare da più persone, anche utilizzando degli oggetti. Stavo male, sanguinavo. Mi hanno curato sotto una doccia con il sale. Poi mi hanno messo sulla strada». Le loro storie sono sempre simili, vengono reclutate in Nigeria, nei villaggi (la regione più gettonata è quella di Benin City). La maggior parte è convinta di venire in Italia per trovare un lavoro legale o per studiare. Qualcun’altra invece viene ceduta dalla famiglia e sa di arrivare in Italia per doversi prostituire. Affrontano un viaggio terribile che le porta prima in Libia, dove spesso vengono ripetutamente violentate, e poi fatte salire dai trafficanti di esseri umani, sui barconi che le condurranno alle coste italiane.

Durante il viaggio contraggono un debito che va 35mila a 55mila euro, un debito che dovranno estinguere diventando schiave controllate a vista da una delle madame (donna membro della banda criminale, che a sua volta si è affrancata dalla schiavitù e che gestisce le baby prostitute ndr.). Come emerge, non solo dal racconto di B. ma anche da un’indagine che la scorsa settimana ha portato all’arresto di tre persone accusate di gestire un traffico di prostitute, quando le ragazzine sono vergini, vengono fatte violentare.

Nel caso dell’indagine della procura di Napoli e dei carabinieri di Grazzanise, le baby prostitute venivano portate da «un uomo bianco» che provvedeva a «risolvere il problema». «Si sta abbassando notevolmente l’età delle ragazze nigeriane in strada – Spiega Andrea Morniroli della cooperativa sociale Dedalus – Sicuramente è una scelta delle organizzazioni criminali che cercano di avere sempre più ragazze giovani perché sono più appetibili sul mercato del sesso.Molte di queste ragazze non arrivano più con le tratte a cui eravamo abituati ma arrivano quasi tutti mischiate e confuse nei flussi profughi richiedenti asilo, sono quelle cioè, che arrivano sui barconi».

Anche Sergio Serraino di Emergency Castelvolturno è convinto che ci sia una strategia da parte dei trafficanti che vanno a prendere le ragazzine nei villaggi e le fanno viaggiare sui barconi. «Sul litorale domizio vediamo tante bambine che subiscono violenza dalla mattina alla sera per estinguere loro debito – dice l’operatore sociale Agostino Trinchese – e sono vittime della loro stessa gente. Qui la mafia nigeriana è molto radicata e le organizzazioni muovono le ragazze liberamente». «Quando ci avviciniamo con i nostri camper difficilmente ci dicono la loro vera età. Aggiunge- Morniroli – Molte ragazze nascondono la loro età perché l’organizzazione così gli ha detto di fare in quanto la prostituzione minorile in Italia è reato».

Proprio come nel caso di A. Se la guardi capisci subito che è un’adolescente ma lei alla polizia ha detto che ha 23 anni. A noi, a Izzo e a Trinchese, dopo alcune ore confessa di avere 14 anni, quasi 15. Vive in una stanza che era la cantinola di una casa. Non c’è il bagno e c’è un materasso e sopra un pupazzo di peluches. «Sono arrivata a Lampedusa dalla Libia. Mi hanno reclutata nel mio villaggio a Benin city. La mia famiglia non se la passa bene e così ho deciso di partire. Durante il viaggio mi hanno fatto parlare con la madame che mi ha detto che avrei dovuto pagare 35 mila euro di debito per il viaggio. In Libia sono stata picchiata di continuo. In Italia mi hanno prelevato dal centro di accoglienza e portata a Castelvolturno. Qui mi hanno obbligato a prostituirmi. E’ stata una mia amica ad insegnarmi come si fa perché io non sapevo nulla. Mi hanno violentata tre volte e sono anche stata derubata. Finora non sono stata in grado di pagare nulla del mio debito e sono terrorizzata. Mi minacciano di continuo e io non so che fare». Anche A. viene via con noi ed ora è in una struttura che la accoglie. Ancora non dice tutta la verità e abbiamo l’impressione che abbia paura e che ci stia nascondendo qualcosa. Però è felice. Canta e balla di continuo, anche mentre va a sporgere denuncia contro chi le ha fatto del male.

01/12/16 – LIFEGATE – Schiavitù, ieri e oggi. Una parola antica, un’omertà moderna

01/12/16
Di Stefani Carnazzi
Da 20 a 45 milioni di persone sono gli schiavi moderni, nel mondo. In catene bambini, donne, migranti, in tutti i continenti. Pare che il giro d’affari della schiavitù globale sia ancora miliardario, anche se le stime sono offuscate dall’omertà, dall’ignoranza, dalla povertà, dall’arretratezza dei sistemi giuridici, dalla pochezza dei mezzi di tracciabilità.

La schiavitù oggi

Al mondo, su mille persone, tre sono schiave. Dai 20 ai 45 milioni di persone a seconda delle (tristi) stime. I tre quinti di sesso femminile, i due quinti maschi. Oltre un quarto sono minori: in tutto il mondo da 6 a 10 milioni di bambine e bambini sono costretti ai lavori forzati, vittime dei traffici sessuali o segregati come sguatteri.

L’International Labour Organization stima che i lavori forzati generino proventi illeciti per 150 miliardi di dollari l’anno: è la seconda fonte di profitto della criminalità organizzata, dopo le droghe.

Esistono lavori forzati, tratta di minori e di donne, schiavitù domestica, prostituzione forzata, schiavitù sessuale, matrimoni forzati, vendita delle mogli, reclutamento di bambini in guerra.

È passato un secolo e mezzo da quando Abraham Lincoln ha abolito la schiavitù, ufficialmente. Quasi settant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che la vieta. Ma ancora oggi sono tantissimi i lavoratori sfruttati sull’orlo della schiavitù e il confine tra questa e i lavori più infami e degradanti è labile, a seconda delle coordinate geografiche e culturali.

La schiavitù moderna, il Global Slavery Index, la schiavitù in Italia

Si possono far rientrare nella definizione di schiavitù oggi i lavori forzati, le prestazioni professionali svolte non volontariamente o dietro compenso bensì sotto minacce o costrizioni fisiche. Rientrano in questo nero novero anche la prostituzione, la tratta di umani, lo schiavismo sessuale.

Non si considerano – secondo l’Ilo – forme di schiavitù, invece, i lavori sottopagati o svolti in condizioni ambientali inadeguate, e non si include nel conteggio qualsiasi fenomeno di costrizione, come l’adozione o il matrimonio forzati o il traffico di organi.

Le Nazioni Unite definiscono così il traffico di esseri umani:

Il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite la minaccia o l’uso della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di danaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento.

Dunque, nella definizione dell’Unodc, oltre allo sfruttamento sessuale, diretto o a scopo commerciale, altre destinazioni del traffico di esseri umani sono il lavoro forzato, l’espianto di organi per il mercato nero e la schiavitù in senso stretto.

Una stima più allargata che invece include le altre forme di schiavitù moderna è stata proposta dalla Walk Free Foundationche da quattro anni stila il Global Slavery Index – meritoriamente sostenuto da opinion leader e personaggi pubblici come Bill Gates, Bono Vox, Richard Branson, Hillary Clinton, Muhammad Yunus, Gordon Brown, Tony Blair e molti altri.

Secondo il calcolo più onnicomprensivo, gli schiavi nel mondo oggi sono 45,8 milioni

In cifre assolute, il 58 per cento delle persone schiave al mondo vivono tutte in 5 Paesi: India, Cina, Pakistan, Bangladesh, Uzbekistan. In termini percentuali, pare che il 4,4% della popolazione della Corea del Nord possa considerarsi in schiavitù. Anche in Mauritania si sta male. Ma incredibilmente nessuno dei 167 Paesi considerati dall’indice ne è completamente privo. C’è persino l’Italia, al 141° posto al mondo, dove si troverebbero 129.600 persone in stato di schiavitù. In tutta Europa 1,2 milioni di persone possono considerarsi schiave (Turchia e Macedonia hanno lo 0,6% della popolazione in condizione di schiavitù). I conflitti in Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen e Libia esacerbano il problema, con il flusso di migranti e di rifugiati.

I continenti più problematici rimangono Asia e Africa. Ci sono sacche di schiavitù in Sudamerica, nei Balcani e nell’Est europeo. Nel subcontinente indiano, comunque, il governo sta mettendo in atto misure speciali per contrastare le diverse forme di schiavitù: ha recentemente rivisto il codice penale e ha rinforzato le unità di polizia contro il traffico di umani.

La schiavitù sessuale, prostituzione e tratta di donne

L’Ilo ha stimato in 12 milioni e 300 mila le persone sottoposte a sfruttamento sessuale per un volume complessivo d’affari sporchi di 32 miliardi di dollari all’anno.

La linea di demarcazione tra prostituzione forzata e volontaria è molto labile, ed è vista da molti come una pratica abusiva nonché una violenza stessa contro le donne. La tratta a sfondo sessuale implica l'induzione di migranti in atti sessuali come condizione stretta e necessaria per effettuare il viaggio, sfruttando la coercizione, la minaccia e l'usura intervenuta mediante i debiti.

Prezzate, vendute, esportate, barattate, umiliate, le vittime finiscono nelle mani dei loro sfruttatori finali. La tratta a scopo di sfruttamento sessuale è diffusa in tutto il mondo.

Pare che lo scenario economico di crisi diffusa abbia favorito un aumento del business mondiale dello sfruttamento schiavistico in mano a organizzazioni illegali. Come i negrieri dell’antichità, grandi gruppi criminali spesso transnazionali reclutano e catturano le donne con la forza, la minaccia o l’inganno, ma anche con mezzi più subdoli, approfittando della condizione di povertà in cui si trovano loro o le loro famiglie.

In Italia la prostituzione ha un giro d’affari di circa 90 milioni di euro al mese e martirizza 100mila giovani donne vittime di tratta, prostituzione coatta e violenza. In Italia si stima che siano tra 75mila e 120mila le vittime della prostituzione. Il 65% è in strada, il 37% è minorenne, tra i 13 e i 17 anni. Provengono da Nigeria (36%), Romania (22%), Albania (10,5%), Bulgaria (9%), Moldavia (7%), le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est. I clienti sono 9 milioni, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese.

La schiavitù in agricoltura

Solo dalla schiavitù in agricoltura, secondo le stime Ilo, si generano 9 miliardi di dollari di proventi annui per gli sfruttatori.

Il settore agricolo, forestale e della pesca impiega globalmente circa 1,3 miliardi di lavoratori, ovvero la metà della forza lavoro del mondo. In questo numero, è stimabile che 3,5 milioni di persone lavorino in condizioni di schiavitù: in molti Paesi infatti il lavoro agricolo è poco regolato e la protezione legale dei lavoratori è molto debole o del tutto assente.

Campi agricoli in Italia nel 2009

Quindi, dietro al cibo che ci arriva in tavola possono esserci le mani fiaccate di lavoratori stagionali che operano in condizioni fuori da ogni regola, da ogni dignità umana. Amnesty International ha appena diramato un rapporto secondo cui dietro le mega produzioni di olio di palma c’è lavoro minorile, perfino se etichettato come “sostenibile”.

Questo fenomeno non riguarda solo aree disagiate e Paesi poveri. Ciò che accade nello stato del Michigan, il più grande produttore di mirtilli degli Stati Uniti, è che bambini perlopiù immigrati dal Messico vengono sfruttati nei campi per raccogliere i frutti perché hanno mani piccole, più adatte a raccogliere le piccole bacche. Sempre in Usa ha fatto scalpore il documentario Food Chains, diretto da Sanjay Rawal e con la voce narrante di Forest Whitaker, che illustra la situazione dei braccianti agricoli in Florida. I raccoglitori di pomodori vivono una condizione di moderna schiavitù: devono lavorare su turni di dieci ore per una paga che si aggira intorno ai 40 dollari alla settimana. I ritmi veloci dei movimenti del film non sono un effetto speciale, bensì il vero modo di lavorare di queste persone che raccolgono 480 chili di pomodori al giorno e vivono “come animali in baracche anguste”, come dice uno dei lavoratori nel film.

In Italia è scoppiato nel 2010 il caso di Rosarno, in Calabria: migranti impiegati nella raccolta degli agrumi vivevano in acre condizioni di sfruttamento, costretti ad abitare in contesti degradanti, senza alcuna tutele igienica. Amnesty International Italia ha stilato una ricerca, “Lavoro sfruttato due anni dopo”, facendo il punto sulla situazione dei lavoratori migranti impiegati come braccianti e rivelando paghe al di sotto del salario minimo contrattato fra imprese e sindacati, pagamenti ritardati o mancati pagamenti e lunghi orari di lavoro. Andrea Segre ha appena presentato il film-documentario “Il Sangue Verde”: sette voci, sette storie raccontate dai braccianti africani che hanno vissuto gli scontri di Rosarno del 2010, contro lo sfruttamento e la discriminazione.

I bambini soldato

Un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. Non chiede paghe, si fa indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affronta il pericolo con maggior incoscienza, attraversa campi minati o si intrufola come una spia nei territori nemici.

Così, oggi sono più di 300.000 i minori di 18 anni attualmente impegnati in conflitti nel mondo. Centinaia di migliaia di bambini soldato hanno combattuto nell’ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche di 10 anni.

Alcuni sono regolarmente reclutati negli eserciti dei loro Paesi, altri fanno parte di armate irregolari di opposizione ai governi. In entrambi i casi vivono una vita che non è da bambini. Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e probabilmente costrette a stuprie a prevaricazioni sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino un quarto delle forze d’opposizione armata.

Si dice che alcuni ragazzi aderiscono come volontari. In questo caso le cause possono essere diverse: per lo più c’è di mezzo la fame, il bisogno di protezione, il sostrato della vendetta. Nella Repubblica Democratica del Congo, per esempio, nel ’97 da 4.000 a 5.000 adolescenti aderirono all’invito di arruolarsi fatto attraverso la radio (erano per la maggior parte “ragazzi della strada”). Un altro motivo può essere dato da una certa cultura della violenza o dal desiderio di vendicare atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità. Una ricerca condotta dall’ufficio dei Quaccheri di Ginevra mostra come la maggioranza dei ragazzi che va volontario nelle truppe di opposizione lo fa come risultato di una esperienza di violenze subite personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative.

Il problema dei bambini soldato è più grave in Africa (il rapporto presentato nell’aprile scorso a Maputo parla di 120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia.

Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come “portatori” di munizioni, vettovaglie, insomma con ruoli di supporto, anche se la loro vita non è meno dura o a rischio degli altri.

La schiavitù nella storia

Il lavoro forzato era diffuso nelle civiltà più antiche e a ogni latitudine. È emblematica la storia di Spartaco, gladiatore romano di origini tracie che nell’Impero del 73 a.C. guidò una rivolta di schiavi che tenne testa alle legioni per oltre un anno, prima di essere soffocata nel sangue: furono 6mila i ribelli crocifissi sulla strada tra Capua e Roma.

La civiltà cristiana, quella giudaica, greca, romana e persiana praticavano tutte la schiavitù. La schiavitù era consueta nel momento in cui è nato l’Islam e il diritto islamico, proibendo di rendere schiavi dei musulmani, ha favorito una tratta di schiavi non musulmani durata oltre mille anni.

Il cristianesimo, ampiamente diffuso tra gli schiavi dell’impero romano, nei suoi primi tre secoli di vita non ha controllato alcun governo, però non pare che abbia influito più di tanto sull’economia della schiavitù dato che poco è cambiato quando arrivò al potere. La schiavitù è esistita nella parte orientale dell’impero romano, a Bisanzio, fino alla presa dei turchi nel 1452.

La schiavitù era invece scomparsa nell’anno mille nell’occidente cristiano, sostituita però dal sistema feudale in cui le persone più modeste erano ridotte in stato di servitù. E appena è riapparsa una vera e propria domanda di schiavi, con la colonizzazione delle Americhe nel Cinquecento, gli europei hanno cominciato ad acquistare schiavi dall’Africa, come gli imperi islamici di Medio Oriente e India avevano continuato a fare.

Gli schiavisti musulmani catturavano generalmente più donne che uomini, poiché esisteva una maggiore domanda di schiave sessuali donne (concubine o simili) che di schiavi guerrieri uomini, mentre praticamente non esisteva domanda di lavoratori agricoli. Gli schiavisti europei sequestravano due o tre maschi africani per ogni donna, poiché quel che interessava loro era la forza lavoro per l’agricoltura commerciale.

La storia dei prodotti coloniali, zucchero, cacao, caffè, è resa amara dallo stridore delle catene di milioni di esseri umani deportati come schiavi dall’Africa alle Americhe. Tra il XVI e il XIX secolo, gli africani sbarcati oltre Atlantico furono circa 12 milioni. Le cose non andavano meglio in Oriente e nella stessa Africa, furono 17 milioni gli africani resi schiavi nell’Impero Ottomano e circa 14 milioni quelli da parte di altri africani.

Dal XVII secolo si passò alla colonizzazione vera e propria. La base economica del nuovo mondo divenne la piantagione schiavista, soprattutto quella di canna da zucchero: i due terzi degli schiavi deportati dall’Africa alle Americhe finì lì. Lo zucchero di canna veniva già prodotto nel Mediterraneo dagli arabi fin dal medioevo, con impiego di forza lavoro di matrice più o meno schiavistica. Ora le piantagioni vennero stabilite nelle isole dell’Atlantico e poi ai Caraibi. Insieme alla canna da zucchero si diffusero anche caffè e cacao, le piantagioni e la tratta negriera si espandevano man mano che questi nuovi prodotti diventavano di moda nei salotti d’Europa. Le principali nazioni negriere erano Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e Stati Uniti. Il sistema schiavista era la norma anche in Oriente, dove la coltivazione più diffusa era delle spezie. In Indonesia, olandesi e portoghesi si contendevano il controllo del commercio di noce moscata, cannella e chiodi di garofano. Turchi e arabi dominavano l’isola di Zanzibar, specializzata nei chiodi di garofano. Nel mondo musulmano gli schiavi erano impiegati anche nelle oasi del Sahara e del Medio Oriente, per la produzione di datteri e cereali.

L’abolizione della schiavitù occidentale

fine Settecento prese vita un movimento d’opinione internazionale per la sua abolizione, il cui nucleo originario era tra i fedeli evangelici inglesi e nordamericani. Primo vero movimento politico di massa dell’epoca moderna, gli abolizionisti coinvolsero in modo trasversale la popolazione. Abili nella comunicazione, una loro efficace campagna fu il boicottaggio dello zucchero delle colonie al grido di “lo zucchero si fa col sangue”. La prima vittoria fu l’abolizione della tratta da parte della Gran Bretagna nel 1807. A dire il vero i primi ad abolirla erano stati i danesi nel 1792, ma i britannici decisero di estendere il divieto a tutto il mondo e di farlo rispettare, per cui misero in mare una flotta che dava la caccia ai vascelli negrieri. Gli schiavi liberati venivano portati a Free Town, capitale della Sierra Leone, fondata proprio per accogliere gli ex deportati.

Il cammino verso la libertà è stato pieno di paradossi. Per esempio, gli schiavi neri americani vennero sostituiti prima con forzati cinesi e indiani, poi con immigrati europei poveri, che magari si trovarono a vivere in condizioni ancora peggiori.

A fine Ottocento la schiavitù era ancora diffusa nei regni africani e arabi e persisteva anche nell’Impero Ottomano. Il suo sradicamento fu uno dei pretesti che le potenze europee utilizzarono per avviare la conquista coloniale di Africa e Medio Oriente.

Nell’Ottocento in America gli schiavi cominciarono a ribellarsi. Alcuni Stati settentrionali la proibirono, così molti cercarono di fuggire dove la schiavitù era stata ormai abolita. L’attrito tra gli Stati settentrionali e quelli meridionali innescò la Guerra di secessione americana. Con la vittoria degli Stati dell’Unione, contrari, la schiavitù venne abolita in tutti gli Stati Uniti d’America, con la Dichiarazione di emancipazione che venne pronunciata dal presidente Abraham Lincoln l’1 gennaio 1863. Il tredicesimo emendamento della Costituzione americana è entrato in vigore il 18 dicembre 1865. (Un anno dopo, sarà fondato il Ku-Klux Klan).

“Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”. Sono le parole contenute nel quarto articolo della Dichiarazione universale dei diritti umaniil documento sui diritti individuali che per la prima volta si rivolse a tutte le persone del mondo, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948, la cui stesura avvenne sotto l’egida dalle Nazioni Unite. Esempi di cronaca continuano a dimostrarci che queste parole vengono ignorate quotidianamente in quasi tutto il mondo. E non sempre vogliamo saperlo.

21/11/16 – INTERNAZIONALE – Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

Seduto sul pavimento circondato da fiale, ossa di animali e lenzuola macchiate di sangue rosso cremisi, lo sciamano Olor Elemian descrive il modo in cui spaventa le ragazze inducendole all’obbedienza con pozioni e incantesimi noti con il nome di juju.

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

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Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato da Thomson Reuters foundation.